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Dio come noi Lo concepiamo: il dilemma di non aver fede

Dio come noi Lo concepiamo: il dilemma di non aver fede

Dio come noi Lo concepiamo: il dilemma di non aver fede

La frase “Dio come noi possiamo concepirLo” è forse l’espressione più importante
che si possa trovare in tutto il nostro vocabolario AA. Nell’arco di queste cinque
parole dense di significato si possono includere ogni tipo e grado di fede, insieme
alla certezza assoluta per ognuno di noi di potersi scegliere la propria. Di valore
poco minore per noi sono quelle espressioni supplementari “un potere superiore” e
un potere più grande di noi”. Per tutti coloro che negano o dubitano seriamente di
una essenza divina, queste parole incorniciano una porta aperta sulla cui soglia lo
scettico può muovere il suo primo, facile passo verso una realtà finora a lui
sconosciuta: il regno della fede.
In AA tali svolte sono eventi quotidiani. Sono ancora più rilevanti se riflettiamo
sui fatto che una fede attiva appariva un tempo impossibile a quasi la metà degli
attuali trecentomila alcolisti della nostra associazione. Per tutti questi dubbiosi è
arrivata la grande scoperta che, nel momento stesso in cui avrebbero accettato di
dipendere da un “potere superiore” — fosse stato anche il loro gruppo AA —
avrebbero superato quel vicolo cieco che aveva sempre nascosto alla loro vista la
strada aperta. Da questo momento in poi — supponendo che abbiano cercato in tutti
i modi di mettere in pratica il resto del programma di AA con mente aperta e
pacata —sarebbe giunta, a volte inaspettata e spesso in modo misterioso una fede
sempre più grande e profonda, un autentico dono.
Ci dispiace molto che queste realtà della vita di AA non vengano comprese da
tantissimi alcolisti nel mondo che ci circonda. Alcuni di loro sono tormentati dalla
funesta convinzione che, se mai dovessero avvicinarsi ad AA, riceverebbero
pressioni per conformarsi a qualche particolare tipo di fede o di teologia. Semplicemente
non si rendono conto che la fede non è mai un elemento necessario per
entrare a far parte di AA, che la sobrietà può essere raggiunta con un minimo di
fede facilmente accettabile, e che i nostri concetti di un potere superiore e di Dio
come noi possiamo concepirLo offrono a chiunque una scelta pressoché il-limitata
di credo e di azione spirituale.
Il modo in cui trasmettere questa buona novella è uno dei nostri problemi di
comunicazione più impegnativi, per il quale non può esserci una risposta rapida o
assoluta. I nostri servizi di informazione pubblica potrebbero forse cominciare a
dare maggior rilievo a questo importantissimo aspetto di AA. Anche all’interno
delle nostre file, potremmo sviluppare una consapevolezza più sentita per la
terribile condizione di coloro che soffrono nell’isolamento e nella disperazione. In
loro aiuto non possiamo accontentarci di nulla di meno che del migliore
atteggiamento possibile, e dell’azione più ingegnosa che riusciamo a trovare.
Possiamo anche esaminare il problema dell’assoluta “mancanza di fede” così
come si presenta proprio nella realtà più vicina a noi. Anche se negli ultimi
venticinque anni si sono recuperati trecentomila alcolisti, forse un altro mezzo
milione sono giunti tra noi e poi sono andati via. Senza dubbio alcuni erano troppo
malati anche soltanto per iniziare. Altri non potevano o non volevano ammettere il
loro alcolismo. Altri ancora non riuscivano ad affrontare i loro fondamentali difetti
di personalità. Molti se ne andarono per ulteriori diversi motivi.
Tuttavia, non possiamo consolarci con l’idea che tutti questi fallimenti nel
recupero erano da attribuirsi esclusivamente ai nuovi venuti. Forse molti di loro
non ricevettero il tipo e la quantità di sponsorizzazione di cui avevano tanto
urgentemente bisogno. Non riuscimmo a comunicare quando avremmo dovuto
farlo. Perciò noi AA li abbiamo persi. Forse più spesso di quanto pensiamo,
ancora non riusciamo a instaurare un contatto profondo con coloro che soffrono
per il dilemma della mancanza di fede.
Certamente nessuno è più propenso alla presunzione spirituale, all’orgoglio e
all’aggressività di quanto lo siano loro. Sono sicuro che questa è una cosa della
quale ci dimentichiamo troppo spesso. Nei primi anni di AA non ho fatto altro che
rovinare tutto il mio lavoro con gli alcolisti con questa specie di inconsapevole arroganza.
Dio, come io lo concepivo, doveva essere valido per tutti. Talvolta la mia
aggressività era sottile, altre volte rude. Ma, in entrambi i modi era dannosa — forse
addirittura fatale — per i numerosi non credenti. Naturalmente, tale tipo di
atteggiamento non si limita al lavoro di Dodicesimo Passo. Tende molto a
trapelare nei nostri rapporti con tutti. Ancora oggi mi trovo a cantilenare quello
stesso vecchio ritornello che fungeva da barriera: “Fa’ come faccio io, credi come
credo io, altrimenti...!
Eccovi un recente esempio dell’alto prezzo dell’orgoglio spirituale. Un nuovo
venuto, molto ostinato, venne portato alla sua prima riunione AA. Il primo oratore
parlò principalmente del suo problema col bere. Il nuovo sembrò esserne
impressionato. I due oratori successivi (o forse predicatori) centrarono ognuno il
proprio intervento su “Dio come io Lo concepisco”. Anche questo avrebbe potuto
essere un buon argomento, ma certamente non lo fu. Il problema fu il loro
atteggiamento, il modo in cui presentarono la loro esperienza: trasudavano
arroganza. Infatti, l’ultimo oratore si spinse troppo in là con alcune delle sue
personali convinzioni teologiche. In maniera perfettamente fedele, entrambi
stavano ripetendo il mio comportamento di anni prima. Anche se non dichiarata
apertamente, tuttavia implicita in tutto ciò che dicevano c’era la stessa idea:
“Gente, ascoltateci. Noi abbiamo l’unica, autentica verità di AA: e voi fareste
meglio ad accettarla!”
Il nuovo disse che l’avrebbe accettata, e lo fece. Il suo sponsor protestò che
questa non era la vera AA. Ma era troppo tardi, dopo quell’episodio nessuno poté
smuoverlo. Ebbe anche un alibi di prim’ordine per farsi un’altra bevuta. L’ultima
volta che sentimmo parlare di lui, sembrava probabile un suo prematuro appuntamento
con l’impresario delle pompe funebri.
Per fortuna attualmente non si assiste spesso a simili aggressioni bell’e buone
in nome della spiritualità. Eppure da questo triste e inconsueto episodio possiamo
aver tratto qualche vantaggio. Possiamo chiederci se, in forme meno ovvie ma
ugualmente distruttive, non siamo soggetti ad attacchi di orgoglio spirituale più di
quanto non supponiamo. Se vi si lavorasse in maniera costante, sono sicuro che
nessun genere di autoanalisi potrebbe essere più benefica; nulla potrebbe
incrementare con maggior sicurezza la nostra comunicazione reciproca e verso
Dio.Molti anni fa un cosiddetto non credente me lo fece capire con molta chiarezza.
Si trattava di un medico, e bravo per giunta. Lo conobbi, insieme a sua moglie
Mary, a casa di un amico in una città del Midwest. Si trattava di una riunione
puramente amichevole. Il mio unico argomento era la nostra associazione di
alcolisti, e monopolizzai gran parte della conversazione. Malgrado ciò, il dottore e
sua moglie sembravano davvero interessati, e lui mi rivolse anche molte domande.
Ma una di questa mi fece sospettare che egli fosse agnostico, o forse ateo.
Questa scoperta mi scatenò immediatamente, e all’istante mi misi all’opera per
convertirlo. Con una insopportabile serietà mi vantai della mia spettacolare
esperienza spirituale dell’anno precedente. li dottore mi chiese gentilmente se
quell’esperienza non potesse essere qualcosa di diverso da ciò che pensavo. Mi
sentii offeso e fui molto scortese. Non c’era stata alcuna vera provocazione; il
dottore era stato gentile, di buon umore e persino rispettoso. Senza alcun
rammarico, disse che aveva spesso desiderato di avere anch’egli una solida fede.
Ma, era ovvio, non lo avevo convinto di nulla.
Tre anni dopo feci di nuovo visita al mio amico dei Midwest. Mary, la moglie
del medico, venne a trovano e appresi che suo marito era morto la settimana
precedente. Con molta commozione, cominciò a parlare di lui.
Proveniva da una illustre famiglia di Boston e aveva studiato ad Harvard.
Studente brillante, avrebbe potuto raggiungere la celebrità nella sua professione.
Avrebbe potuto avere una ricca clientela e fare vita di società in mezzo ai suoi
vecchi amici. Invece, aveva insistito per fare il medico di una ditta, in una città
industriale lacerata dai conflitti sociali. Quando talvolta Mary gli chiedeva perché
non tornassero a Boston, egli soleva prenderle la mano e dirle: “Forse hai ragione,
ma non ce la faccio ad andarmene. Credo che la gente qui alla ditta abbia davvero
bisogno di me”.
Mary ricordò poi di non aver mai saputo che il marito si lamentasse seriamente
di qualcosa, o criticasse aspramente qualcuno. Per quanto sembrasse stare
perfettamente bene, il dottore aveva rallentato i suoi ritmi negli ultimi cinque anni.
Quando Mary lo stimolava ad andar fuori la sera o cercava di farlo arrivare in
ufficio in orario, egli se ne usciva sempre con una scusa plausibile e dettata dal
buon cuore. Fino a che non ebbe l’improvviso, ultimo attacco, la moglie non
seppe che per tutti quegli anni aveva sopportato delle condizioni cardiache che
avrebbero potuto essergli fatali in qualsiasi momento. Tranne che un unico medico
del suo personale, nessuno lo sospettava. Quando lei lo rimproverò per questo
motivo, le ripose semplicemente: “Beh, non vedevo alcun vantaggio nel far
preoccupare gli altri per me, e soprattutto te, mia cara”.
Questa era la storia di un uomo di grandi virtù spirituali. Tali caratteristiche
erano chiaramente visibili: senso dell’umorismo e pazienza, gentilezza e coraggio,
umiltà e devozione, altruismo e amore — una manifestazione di sentimenti cui io
non ero mai arrivato nemmeno vicino. Questo era l’uomo che avevo rimproverato
e trattato con aria di sufficienza. Questo era il “non credente” che io avevo avuto
la presunzione di educare!
Mary ci raccontò questa storia più di venti anni fa. Allora, per la prima volta,
balenò in me la comprensione di come possa essere senza vita la fede, quando sia
priva di responsabilità. Il dottore aveva una fede incrollabile nei propri ideali. Ma
metteva in pratica anche l’umiltà, la saggezza e la responsabilità. Da qui il suo superbo
esempio.
Il mio risveglio spirituale mi aveva dato una fede assoluta in Dio:
un vero e proprio dono. Ma non ero stato né umile né saggio. Nel vantarmi della
mia fede, avevo dimenticato i miei ideali. L’orgoglio e l’irresponsabiità avevano
preso il loro posto. Spegnendo così la mia stessa luce, avevo poco da offrire ai
miei fratelli alcolisti. Quindi la mia fede per loro era qualcosa di morto.
Finalmente compresi il motivo per cui tanti se ne erano andati via, alcuni di loro
per sempre.
La fede dunque è più del nostro dono più grande; condividerla con gli altri
costituisce la nostra maggiore responsabilità. Facciamo quindi in modo, noi di
AA, di cercare continuamente la saggezza e la buona volontà, con le quali
potremo ben ripagare l’immensa fiducia che Colui che dispensa tutti i doni perfetti
ha posto nelle nostre mani.