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News di Alcologia

Il problema della paura

Il problema della paura

“Il tessuto della nostra esistenza è stato corroso
da questo filo temibile e diabolico”. La paura è sicuramente un ostacolo alla
ragione e all’amore, e naturalmente, immancabilmente, potenzia la rabbia, la
vanagloria e l’aggressività. È alla base del penoso senso di colpa e della
paralizzante depressione. Il Presidente Roosevelt una volta osservò giustamente
che: “Non dobbiamo aver paura di niente, tranne che della paura stessa.
Questa è un’affermazione dura, e forse un po’ troppo radicale. Nonostante tutta
la sua abituale forza distruttiva, ci siamo resi conto che la paura può essere il
punto di partenza per cose migliori. La paura può essere un primo passo verso la
prudenza e verso il rispetto nei confronti degli altri. Può indicare il cammino verso
la giustizia, così come verso l’odio. E quanto più abbiamo il senso del rispetto e
della giustizia, tanto più cominceremo a trovare l’amore che può sopportare
molto, e malgrado ciò essere donato liberamente. Perciò la paura non è
necessariamente sempre distruttiva, in quanto gli insegnamenti derivanti dalle sue
conseguenze possono condurci a valori positivi.
Raggiungere la liberazione dalla paura è un’impresa di tutta una vita, che non
potrà mai essere completata interamente. Quando siamo sottoposti a un attacco
pesante, a una malattia acuta, o in altre condizioni di seria insicurezza tutti noi
reagiremo bene o male, a seconda dei casi. Solo i vanagloriosi si proclamano
completamente liberi dalla paura, anche se la loro stessa spavalderia è in effetti
radicata nelle paure che hanno temporaneamente dimenticato.
Quindi il problema di vincere la paura ha due aspetti. Dovremo cercare di
liberarci il più possibile dalla paura. Poi dovremo trovare il coraggio e la grazia
per affrontare in maniera costruttiva le paure rimasteci. Tentare di comprendere le
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nostre paure e le paure degli altri non è che un primo passo. Il problema più grosso
è come, e dove, procediamo dopo.
Sin dagli inizi di AA ho avuto modo di osservare migliaia di miei compagni
diventare sempre più in grado di comprendere e di superare le loro paure. Questi
esempi hanno costituito un aiuto e un’ispirazione inesauribile. Forse, allora,
alcune delle mie esperienze con la paura e sul mio liberarmene sino a un livello
incoraggiante possono essere di qualche utilità.
Da bambino ebbi dei traumi emotivi molto forti. Avevo seri problemi con la
mia famiglia, ero fisicamente goffo e cose del genere. Naturalmente altri bambini
hanno analoghi handicap emotivi e ne escono indenni. Ma non io. Evidentemente
ero ipersensibile, e di conseguenza eccessivamente spaventato. Comunque,
sviluppai la sicura fobia che non ero, e che non sarei mai stato, come gli altri
ragazzi. All’inizio questo mi gettò in uno stato di depressione, e da lì
nell’isolamento più completo.
Ma queste sofferenze infantili, tutte ingenerate dalla paura, divennero tanto
insopportabili da farmi diventare estremamente aggressivo. Pensando di non poter
appartenere mai a niente e a nessuno, e giurando di non accontentarmi mai di un
ruolo di secondo piano nella vita, sentii che dovevo semplicemente dominare in
qualsiasi cosa scegliessi di fare, lavoro o gioco che fosse. Quando questa attraente
formula per vivere bene cominciò ad avere successo, secondo l’idea che avevo
allora del successo, divenni immensamente felice. Ma quando occasionalmente
qualcosa andava male, mi assalivano un risentimento e una depressione che
potevano essere curati soltanto dal trionfo successivo. Molto presto, perciò, cominciai
a valutare ogni cosa in termini di vittoria o sconfitta: tutto o niente. La
sola soddisfazione che conoscevo era vincere.
Questo fu il mio falso antidoto alla paura e questo fu l’atteggiamento, sempre
più profondamente marcato, che mi accompagnò durante il mio periodo
scolastico, la prima Guerra Mondiale, la mia frenetica carriera di bevitore a Wall
Street, fino all’ora finale del mio crollo completo. Ma a quel tempo, le avversità
non erano più uno stimolo, e non sapevo se la più grande paura fosse quella di
vivere o di morire.
Anche se il mio atteggiamento di base nei confronti della paura è molto
comune, ne esistono ovviamente molti altri. Indubbiamente, le manifestazioni
della paura e i problemi che esse comportano sono così numerosi e complessi che
in questo breve articolo non è possibile descriverne nessuno in dettaglio.
Possiamo solo esaminare quelle risorse e quei princìpi spirituali, grazie ai quali
diventiamo capaci di affrontare e di occuparci della paura in tutti i suoi aspetti.
Nel mio caso, la base della libertà dalla paura è quella della fede: una fede che,
nonostante tutte le apparenze di questo mondo in senso contrario, mi porta a
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credere di vivere in un universo che ha un senso. Per me, questo significa credere
in un Creatore che è onnipotente, che è giustizia e amore; un Dio che mi provvede
di uno scopo, di un senso e di un destino di crescita, per quanto piccola e
titubante, a Sua immagine e somiglianza. Prima che giungesse la fede ero vissuto
come un alieno in un cosmo che troppo spesso mi sembrava ostile e crudele. Per
me in esso non poteva esserci nessuna sicurezza interiore.
Il dottor Cari Jung, uno dei tre fondatori della moderna psicologia
dell’inconscio, aveva una profonda convinzione su questo grande dilemma del
mondo di oggi. In altre parole, questo è quanto egli disse a riguardo: “Qualsiasi
persona abbia raggiunto l’età di quaranta anni, e che non abbia ancora i mezzi per
capire chi sia, dove sia, o dove stia andando, non può non diventare, più o meno,
un nevrotico. Ciò è vero sia che le sue aspirazioni giovanili per il sesso, la
sicurezza materiale e un posto nella società siano state soddisfatte o meno”.
Quando il buon dottore usò l’espressione “diventare nevrotico”, avrebbe potuto
anche dire “diventare schiavo della paura”.
Questo è esattamente il motivo per cui noi AA sottolineiamo tanto il bisogno di
credere in un potere superiore, comunque possiamo definirlo. Dobbiamo trovare
una vita nel mondo della grazia e dello spirito, e questa è certamente una nuova
dimensione per la maggior parte di noi. Sorprendentemente, la nostra ricerca di
questo regno dell’essere non è troppo difficile. Il nostro ingresso consapevole al
suo interno inizia di solito nel momento in cui abbiamo confessato la nostra
impotenza ad andare avanti da soli, e ci siamo rivolti a qualsiasi Dio pensiamo che
esista, o possa esistere. Il dono della fede e la consapevolezza di un potere
superiore ne è il risultato. Così come cresce la fede, cresce anche la sicurezza
interiore. La grande, fondamentale paura del nulla comincia a calare. Perciò noi di
AA riteniamo che il nostro antidoto principale alla paura sia un risveglio
spirituale.
Accadde che la mia intuizione spirituale fu folgorante, improvvisa e
assolutamente convincente. Immediatamente divenni una parte — sia pure
minuscola — di un cosmo governato dalla giustizia e dall’amore nella persona di
Dio. Questa era ancora la verità, indipendentemente da quelle che erano state le
conseguenze della mia ostinazione e della mia ignoranza, o quelle dei miei
compagni di viaggio sulla terra. Questa era la nuova e assoluta certezza che non
mi ha mai abbandonato. Mi fu concesso di conoscere, almeno per il momento,
cosa fosse l’assenza della paura. Naturalmente il dono della mia fede non è
sostanzialmente diverso dai risvegli spirituali sperimentati da allora in poi da
innumerevoli AA, solo che è stato più improvviso. Ma anche questo nuovo punto
di riferimento — sebbene fosse estremamente importante — segnò soltanto il mio
ingresso in quel lungo sentiero che conduce lontano dalla paura e verso l’amore.
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Gli antichi e profondi segni impressi dell’angoscia, non furono cancellati
all’istante e per sempre. Naturalmente sono ricomparsi, e talvolta in modo
allarmante.
Essendo stato il beneficiano di una esperienza spirituale così spettacolare, non
fu affatto strano che la prima fase della mia vita AA fosse caratterizzata da una
buona dose di orgoglio e di ambizione al comando. Il forte desiderio di avere
ascendente sugli altri di riceverne il consenso, il desiderio di essere il capo, mi
appartenevano ancora molto. Ancora meglio, tale comportamento adesso poteva
anche essere giustificato: tutto in nome di buone opere!
Per fortuna accadde che questa fase, piuttosto sfacciata, della mia spavalderia,
durata alcuni anni, sia stata seguita da una serie di avversità. Le mie richieste di
consenso, basate ovviamente sulla paura di non poterne ottenere abbastanza,
cominciarono a scontrarsi con quelle, identiche, dei miei compagni AA. Quindi il
loro salvare l’associazione da me, e il salvare me stesso da loro, divenne
un’occupazione che ci assorbì completamente. Ciò, ovviamente, ebbe come
risultato rabbia, sospetto, e ogni sorta di temibili episodi. In questo straordinario, e
a ripensarci ora piuttosto divertente, periodo della nostra attività, un certo numero
di noi incominciò di nuovo a credersi Dio. Per alcuni anni AA desiderosi di potere
impazzarono furiosamente. Tuttavia da questa terribile situazione vennero alla
luce i Dodici Passi e le Dodici Tradizioni di AA. Questi princìpi furono stabiliti
soprattutto per ridimensionare il nostro ego, e quindi per ridurre le nostre paure.
Erano i princìpi che speravamo ci avrebbero mantenuti uniti, incrementando
l’amore dell’uno verso l’altro e per Dio.
A poco a poco cominciammo ad avere la capacità di accettare i difetti degli altri
amici, come le loro virtù. È stato in questo periodo che inventammo l’efficace e
significativa frase: “Amiamo sempre la parte migliore negli altri, e non temiamo
mai quella peggiore”. Dopo una decina d’anni, passati a mettere in pratica questo
tipo di amore e i suggerimenti dei Dodici Passi e delle Tradizioni per limitare
l’egocentrismo nella vita della nostra associazione, le terribili paure per la
sopravvivenza di AA semplicemente svanirono.
La pratica dei Dodici Passi e delle Dodici Tradizioni di AA nelle nostre vite
produsse anche una incredibile liberazione da paure di ogni genere, nonostante la
grande diffusione di formidabili problemi personali. Quando la paura persisteva,
la riconoscevamo per quello che era e, con la grazia di Dio, diventammo capaci di
affrontarla. Cominciammo a vedere ogni avversità come un’opportunità offertaci
da Dio per sviluppare quel tipo di coraggio che nasce dall’umiltà, piuttosto che
dalla spavalderia. In questo modo trovammo la capacità di accettare noi stessi, i
nostri compagni e le nostre situazioni. Con la grazia di Dio scoprimmo addirittura
di poter morire con decoro, dignità e fede, sapendo che “è il Padre che compie le
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opere”.
Noi di AA ci troviamo oggi a vivere in un mondo caratterizzato da paure
distruttive come mai prima nella storia. Ma, nonostante ciò, notiamo in esso
grandi manifestazioni di fede e un’eccezionale aspirazione alla giustizia e alla
fratellanza. Tuttavia, nessun profeta può riuscire a predire se l’esito del mondo
sarà una violenta distruzione o l’inizio, con la guida di Dio, dell’era più luminosa
finora conosciuta dall’umanità. Sono sicuro che noi AA comprendiamo bene
questa aspettativa. Nel nostro microcosmo abbiamo sperimentato questo identico
stato di terrificante incertezza, ognuno nella propria vita. Senza esserne orgogliosi,
noi AA possiamo affermare che non temiamo quel che accadrà del mondo,
qualunque cosa sia. Questo perché abbiamo avuto la capacità di sentire e di
affermare con convinzione: “Non temeremo alcun male: sia fatta la Tua volontà,
non la nostra”.
Anche se raccontato spesso, il seguente aneddoto tuttavia è sempre attuale. Il
giorno in cui il nostro paese subì l’incredibile disastro di Pearl Harbor, un amico
di AA, una delle più grandi figure spirituali che potremo mai conoscere,
camminava per una via di St. Louis. Si trattava, ovviamente, del nostro beneamato
Padre Edward Dowling dell’Ordine dei Gesuiti. Per quanto non fosse un alcolista,
era stato uno dei fondatori e dei principali ispiratori del battagliero gruppo AA
della sua città. Dal momento che tanti suoi amici, abitualmente sobri, si erano già
attaccati alla bottiglia per poter cancellare le conseguenze della tragedia di Pearl
Harbor, Padre Ed era comprensibilmente angosciato dalla probabilità che il suo
amato gruppo AA difficilmente avrebbe potuto superare questo momento. Per
Padre Ed, questa sarebbe stata un calamità ancora maggiore.
In quel momento passò di lì un membro di AA sobrio da meno di un anno, e
impegnò Padre Ed in un’animata discussione, soprattutto su AA. Come Padre Ed
notò con sollievo, il suo amico era perfettamente sobrio. E volutamente non disse
nemmeno una parola sulla questione di Pearl Harbor.
Meravigliandosi con gioia di ciò, il buon padre chiese: “Com’è che non hai
niente da dire su Pearl Harbor? Come fai a reggenti con un colpo del genere?”.
“Beh”, rispose l’AA: “Sono davvero sorpreso che lei non lo sappia. Ognuno di
noi in AA, nessuno escluso, ha già avuto la sua Pearl Harbor personale. Quindi, le
chiedo, perché noi alcolisti dovremmo crollare proprio per questa?”.