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News di Alcologia

L'Alcolismo - cap. 3

L'Alcolismo - cap. 3

L’ALCOLISMO

 

 

Ci ripugnava ammettere che eravamo dei veri alcolisti. A nessu­no piace sentirsi mentalmente diverso dagli altri. È per questo che non ci si deve meravigliare se la nostra carriera di bevitori è stata caratte­rizzata da numerosi e vani tentativi di provare che noi potevamo bere come gli altri. La grande ossessione del bevitore anormale è che in qualche modo, un giorno, riuscirà a controllarsi nel bere. L’insistenza di quest’illusione meraviglia fortemente. Molti la inseguono fino alle soglie della pazzia o della morte.

Abbiamo appreso che bisognava ammettere senza reticenze e con profonda convinzione, che noi eravamo degli alcolisti. È questo il primo passo da fare per il nostro recupero. L’illusione che noi siamo come gli altri o che possiamo diventare come loro, deve scomparire.

Noi, gli alcolisti, siamo degli uomini e delle donne che hanno perso l’abilità di controllarsi nel bere. Sappiamo anche che nessun vero alcolista riuscirà mai a ritrovare questo controllo di sé. Abbiamo tutti creduto, per un certo tempo, di poterci arrivare, ma questi intervalli, ordinariamente brevi, durante i quali potevamo crederci, erano inevi­tabilmente seguiti da ricadute più gravi che portavano con sé una de­pressione morale pietosa e incomprensibile. Siamo tutti convinti che gli alcolisti della nostra specie siano alle prese con una malattia che si aggrava sempre più. Lentamente diventiamo sempre più malati, senza migliorare.

Siamo simili a quelli che hanno perso le gambe; non spuntano più. Sembra che non esista neppure un trattamento tale da rendere gli alcolisti della nostra specie simili alla gente comune. Abbiamo provato tutti i mezzi possibili ed immaginabili. In alcuni casi abbiamo ottenuto un breve recupero che subito è stato seguito da una più grave ricaduta. I medici che sono esperti in alcolismo, sono tutti d’accordo nell’affer­mare che è impossibile fare di un alcolista un bevitore normale. Forse la scienza un giorno riuscirà a guarire questa malattia, ma oggi non c’è niente da fare.

Malgrado tutto quello che possiamo dire, molti tra i veri alcolisti non vorranno riconoscersi come tali. Escogitando ogni tentativo e vi­vendo nell’illusione, cercheranno di provare in ogni modo a se stessi, che essi sono un’eccezione alla regola e cioè che essi non sono alcoli­sti. Se si desse il caso che qualcuno di quelli che si è sempre dimostra­to incapace di bere come una persona normale, potesse fare voltafac­cia e si mettesse a bere senza eccedere, noi ci complimenteremmo con lui. Dio sa con quale forza e quanto a lungo abbiamo cercato di bere come tutti gli altri.

Ecco alcuni dei metodi che abbiamo usato: bere soltanto birra, limitare il numero dei bicchieri e bere in compagnia, mai da soli; abbia­mo cercato di non bere mai al mattino, di bere solo a casa e di non avere mai alcol in casa. Abbiamo provato a non bere per niente du­rante le ore di lavoro, di bere soltanto quando ci trovavamo alle riu­nioni di soci, a passare dallo scotch al cognac, a bere solo vino. C’è chi ha giurato di dare le dimissioni dal proprio posto di lavoro qualora fosse stato trovato ubriaco, chi si è messo a viaggiare e chi ha smesso di viaggiare, chi ha fatto una promessa solenne di astenersi totalmente dal bere (con o senza giuramento); altri si sono messi a fare esercizi fisici o a intensificarli, a leggere delle opere altamente morali, altri si sono fatti ricoverare in cliniche o sanatori, hanno accettato il ricovero volontario in manicomio e così via: la lista potrebbe continuare all’infi­nito.

Non ci piace dichiarare che un individuo sia alcolista: potete ra­pidamente fare la diagnosi da voi stessi.

Entrate nel bar più vicino e cercate di bere controllandovi. Cer­cate di bere e di fermarvi bruscamente. Provate più d’una volta. Non tarderete a tirare le conclusioni, se siete una persona onesta con se stessa. Vale la pena rischiare una brutta sbronza, se questa vi porterà ad una più precisa conoscenza del vostro comportamento.

Sebbene non ci sia alcun modo di provarlo, crediamo che ci saremmo potuti fermare nel bere, proprio agli inizi. Ma sono poco numerosi gli alcolisti che hanno un desiderio sufficiente di fermarsi quan­do sono ancora in tempo. Abbiamo sentito parlare di alcuni casi in cui degli individui, che avevano dato dei segni sicuri di alcolismo, sono riusciti a non bere per un lungo periodo, perché motivati da un forte desiderio di riuscirvi. Eccone uno.

Un uomo di trent’anni si ubriacava abbastanza spesso. Al matti­no si sentiva eccessivamente nervoso e cercava di calmarsi bevendo ancora dell’alcol. Aveva l’ambizione di riuscire negli affari, ma si ren­deva conto che non avrebbe concluso nulla se avesse continuato a bere. Una volta cominciato a bere gli era impossibile fermarsi. Decise che non avrebbe più bevuto neanche un goccio di bevande alcoliche finché non avesse avuto successo nei suoi affari e si fosse poi ritirato in pensione. Rimase per venticinque anni astemio e si ritirò a cinquantacinque, dopo una carriera felice e piena di successi. Poi ri­mase vittima di un’illusione condivisa da tutti gli alcolisti: credere cioè, che la sua sobrietà ed il suo autocontrollo durati così a lungo, gli permettessero di bere regolarmente. Un giorno s’infilò le pantofole e stappò una bottiglia. Due mesi più tardi si ritrovò in ospedale, frastornato e umiliato. Cercò di regolare e moderare l’uso dell’alcol, ritornando nel frattempo spesse volte in ospedale. Poi, raccogliendo tutte le sue ener­gie, provò a smettere completamente di bere, ma costatò che non ne era più capace. Aveva a sua disposizione tutti i mezzi per risolvere il suo problema, data la sua posizione economica. Ogni tentativo falli. Da robusto che era quando si ritirò dagli affari, ben presto si consumò e morì quattro anni dopo.

Questo caso ci dà una lezione eloquente. Abbiamo tutti creduto che sarebbe bastato non bere per un lungo periodo per potere essere in grado di riprendere a bere normalmente. Ma ecco un uomo che, a cinquantacinque anni, si è ritrovato al punto esatto dove si trovava a trent’anni. Abbiamo vista dimostrata, ancora una volta questa verità:

Una volta alcolista, alcolista per sempre”. Riprendendo a bere dopo un periodo di astinenza, in poco tempo stiamo peggio di prima. Se abbiamo veramente l’intenzione di finirla con l’alcol, non dobbiamo mantenere nessuna riserva e di nessun genere; dobbiamo respingere ogni recondita idea che finalmente un bel giorno saremo immuni dall’alcol.

Chi è giovane può essere indotto a credere, dall’esperienza di quell’uomo, di potersi fermare come ha fatto lui, per mezzo della sola volontà. Dubitiamo molto che possano riuscirci, perché in realtà nes­suno vorrà fermarsi. A causa della particolare deformazione mentale dell’alcolista, nessuno avrà successo. Un grande numero dei membri della nostra associazione, persone dai trent’anni in giù, non si erano dati all’alcol che per qualche anno, ebbene, si sono trovati incapaci di smettere proprio come quelli che per vent’anni avevano continuato a bere.

Non è necessario avere bevuto per lungo tempo o avere assor­bito tanto alcol, come alcuni dei nostri, per essere gravemente amma­lati d’alcolismo. Ciò è particolarmente vero per le donne. Quelle che sono potenziali alcoliste lo divengono rapidamente e si perdono in pochi anni. Alcuni bevitori che si sentirebbero insultati se li chiamassimo al­colisti, si meravigliano perché non riescono a cessare di bere. Chi come noi conosce i sintomi, trova che in mezzo alla gioventù c’è un grande numero di alcolisti potenziali e un po’ dappertutto. Ma provate, se siete capaci, a farglielo ammettere.*

* Ciò era vero quando questo libro fu pubblicato per la prima vol­ta. Ora, secondo un sondaggio fatto nel 1992, negli U.S.A. e nel Canada, il 20% dei membri di Alcolisti Anonimi ha meno di 30 anni.

 

Se ci voltiamo indietro abbiamo la netta impressione di avere continuato a bere per molti anni dopo quel periodo di tempo in cui potevamo, forse, abbandonare l’alcol con la sola forza di volontà. A chi si domandasse se anche lui è giunto a questo punto critico, sugge­riamo: cerchi di non bere per un anno. Se è un vero alcolista e se il suo stato è veramente critico, avrà scarsissime possibilità di riuscirvi. Nei primi tempi in cui ci siamo messi a bere, alle volte siamo riusciti a non farlo per un anno o forse più, per poi diventare più tardi dei bevitori accaniti. Anche se una persona riesce a smettere di bere per un certo tempo, può rimanere per sempre un alcolista potenziale. Pensiamo che tra coloro che possono provare interesse a questo libro pochi siano quelli che si asterranno dal bere per il periodo di un anno. Qualcuno s’ubriacherà l’indomani, qualcun altro lo farà dopo qualche settimana.

Per chi non riesce a bere con moderazione il problema impor­tante è di sapere come fermarsi per sempre. Supponiamo che il lettore voglia smettere di bere. Per determinare se un individuo possa abban­donare l’alcol senza partire da una base spirituale, bisogna sapere fino a che punto sia diventato capace di non bere. Noi credevamo di esse­re delle persone di carattere. C’era un tremendo desiderio di non bere più. Tuttavia abbiamo trovato la cosa impossibile. Questo è l’aspetto sconcertante dell’alcolismo come lo conosciamo noi: una totale im­possibilità di mettere l’alcol da parte.

Come riusciremo ad aiutare i lettori a capire se sono dei nostri? Certamente l’esperimento di rimanere astemi per un periodo li aiuterà, ma noi crediamo di potere rendere un servizio ancora più grande agli alcolisti che soffrono e forse anche alla classe dei medici. È per que­sto motivo che noi vi descriveremo alcuni degli stati mentali che prece­dono una ricaduta, perché il nodo del problema è tutto qui.

Cosa pensa l’alcolista che per tante volte ripete la disperata espe­rienza del primo bicchiere? Gli amici che hanno tentato di farlo ragio­nare dopo una sbronza che l’abbia portato al divorzio o al fallimento, sono stupiti a vederlo entrare nuovamente in un bar. Perché lo fa?

Che razza d’idea gli passa per la testa?

Per offrirvi un primo esempio, vi citeremo il caso di un amico che chiameremo Jim. Ha una moglie affascinante e una famiglia. È diventato proprietario di un’agenzia di vendita di automobili. Le sue note caratteristiche come soldato della prima guerra mondiale sono tra le migliori. È un buon venditore. Tutti gli vogliono bene. È una perso­na intelligente, normale in tutto ciò che si conosce del suo comporta­mento, ma di carattere nervoso. Rimase astemio fino all’età di trentacinque anni; poi, sotto l’effetto dell’alcol, in pochi anni divenne così violento che si dovette ricoverarlo. Dopo la degenza in ospedale, entrò in relazione con noi.

Gli abbiamo esposto ciò che sapevamo dell’alcolismo e la ri­sposta che avevamo trovato. Fece un primo tentativo. Rimise assieme la sua famiglia ed ottenne un posto di venditore nella ditta che era stata sua e che l’alcol gli aveva fatto perdere. Tutto andò bene per un certo periodo, ma trascurò di sviluppare la sua vita spirituale. Con sua gran­de meraviglia si ubriacò ancora sei volte, a intervalli molto brevi. Ogni volta ci mettevamo a lavorare con lui, cercando di capire cosa fosse successo. Egli ammetteva di essere veramente alcolista e in uno stato grave. Sapeva che lo aspettava un altro ricovero all’ospedale psichia­trico, se avesse continuato. Inoltre avrebbe perso la sua famiglia che amava profondamente.

Tuttavia si ubriacò un’altra volta. Gli abbiamo chiesto di dirci com’erano andate le cose esattamente. Riportiamo il suo racconto:

Sono andato a lavorare martedì mattina. Mi ricordo che ero in stato d’irritazione perché ero costretto a fare il venditore per un’agenzia di cui ero stato proprietario. Ho scambiato qualche parola con il padro­ne, ma niente di grave. Poi ho preso la decisione di recarmi in auto in campagna, per cercare un cliente interessato all’acquisto di una vettu­ra. Mentre correvo mi venne fame e mi fermai ad un ristorante dove c’era anche un bar. Non avevo nessuna intenzione di bere. Volevo mangiare soltanto un sandwich. Avevo anche pensato che avrei trova­to un cliente interessato all’acquisto di un’auto, perché conoscevo bene il posto, dal momento che lo frequentavo da anni. Mi ci ero recato

spesso a mangiare da quando non bevevo più. Mi sono seduto ad un tavolino ed ho ordinato un sandwich e un bicchiere di latte. Fino a quel momento, nessuna idea di bere. Ho poi ordinato un altro sandwich ed un altro bicchiere di latte.

All’improvviso mi è passata per la testa l’idea che se avessi aggiunto qualche goccia di whisky al mio latte, ciò non mi avreb­be fatto male, poiché avevo lo stomaco pieno. Ho ordinato un whisky e l’ho versato nel latte. Ho avuto la vaga impressione di non essere stato prudente, ma mi rassicurò il fatto di prendere il whisky a stoma­co pieno. La cosa mi fece così bene che ordinai un altro whisky, che naturalmente versai in un altro bicchiere di latte. Siccome mi sembrava che non mi facesse male, ne bevvi un altro”.

Così cominciò per Jim un altro viaggio verso l’ospedale psi­chiatrico. Poi la minaccia di residenza forzata nell’ospedale, la perdita della famiglia e del posto di lavoro, per non parlare di quell’intensa sofferenza mentale e fisica che gli causava ogni volta l’alcol. Sappia­mo che Jim sapeva molto bene di essere un alcolista, ciò nono­stante, tutte le ragioni che lo invitavano a non bere furono facil­mente accantonate per la folle idea che poteva bere sì del whisky, ma a condizione di berlo con il latte.

Qualunque sia la definizione che possiamo dare alla parola, noi chiamiamo ciò pazzia vera. Si potrebbero chiamare diversamente una tale assenza di buon senso e una simile incapacità di pensare secondo le regole della logica?

Forse potrete pensare che si tratti di un caso eccezionale. Per noi non è un’eccezione, perché questo modo di pensare ci ha sempre caratterizzato tutti, uno per uno, noi alcolisti. Qualche volta abbiamo riflettuto più di Jim alle conseguenze. Ma è sempre venuto fuori questo curioso fenomeno nella nostra mente: il fatto che insieme al nostro ra­gionamento sano spuntasse qualche piccola pazza scusa di prendere il primo bicchiere. Tutti i più bei ragionamenti non bastavano a preser­varci dal bere. Quella pazza idea vinceva sempre. Il giorno dopo ci raccomandavamo, in tutta sincerità e onestà, come tutto ciò fosse po­tuto accadere.

In alcune circostanze ci è capitato di ubriacarci apposta, con­vinti di essere giustificati dal nostro nervosismo, dalla nostra collera, dalle nostre preoccupazioni, dalla nostra gelosia e dal nostro abbatti­mento morale ecc.. Ma anche se consideriamo questa causa del no­stro ritornare a bere, dobbiamo ammettere che questa giustificazione mancava completamente di basi ragionevoli, dal momento che poi tut­to finiva allo stesso modo. Ci rendiamo conto ora che anche quando cominciavamo a bere deliberatamente, non c’eravamo minimamente preoccupati, in precedenza, delle terrificanti conseguenze di questo atto.

Il nostro modo di comportarci davanti al primo bicchiere è così assurdo e incomprensibile come quello di chi ha la pazza idea di attra­versare la strada, per esempio, quando il traffico è caotico. Prova un immenso piacere a saltare davanti a una macchina che arriva rapida­mente. Si diverte per degli anni a dispetto di tutti i consigli degli amici più cari. Fino a questo punto, lo si potrebbe trattare come un insensa­to che ha del piacere una concezione anormale. Poi la fortuna lo lascia e si fa leggermente infortunare per più volte di seguito. Voi vi aspette­reste, se si trattasse di una persona normale, che la smettesse una buona volta. Macché, si fa ancora investire da una macchina e stavolta gli fratturano la testa. È appena stato dimesso dall’ospedale che si fa rompere il braccio da un autobus. Vi dice finalmente che ha preso la decisione di non attraversare più la strada in quel modo, ma qualche settimana dopo si trova con le gambe rotte.

Per anni e anni continua a comportarsi così, promettendo conti­nuamente che sarà prudente e che non attraverserà più le strade. Alla fine non può più lavorare, sua moglie domanda il divorzio e tutti lo deridono. Cerca ogni soluzione per allontanare dalla mente questa sua mania. Si fa chiudere in un ospedale psichiatrico con la speranza di uscirne guarito. Ma il giorno in cui lascia l’ospedale, si precipita con­tro un camion dei pompieri, che lo rovina per sempre. Abbiamo a che fare con un pazzo? Cosa pensate?

Credete forse che questo esempio sia troppo esagerato o quasi ridicolo? Ma lo è poi veramente? Noi che siamo passati sotto questo rullo compressore, dobbiamo ammettere che, se si sostituisce l’alcoli­smo a questa passione per il rischio, l’esempio calza perfettamente. Per quanto esperti e intelligenti fossimo in altri campi, per ciò che ri­guarda l’alcol ci siamo veramente comportati da persone irragionevo­li. È un linguaggio senza mezzi termini, ma non corrisponde forse a verità?

Alcuni pensano: “Sì, quello che voi affermate è vero, ma non riguarda esattamente il caso nostro. Possiamo pure ammettere di ave­re qualcuno di questi sintomi, ma non siamo arrivati al punto in cui siete arrivati voi, e probabilmente non ci arriveremo, perché dopo quello che ci avete raccontato, ci siamo resi conto così bene della nostra situazione che sicuramente queste cose non ci accadrebbero. In fin dei conti non abbiamo poi perso tutto a causa dell’alcol e non abbiamo neppure l’intenzione di arrivarci. Grazie dell’informazione!”.

Questo ragionamento è valido per certuni che non sono alcolisti e che, anche se bevono un po’ troppo, possono smettere o diminuire la quantità d’alcol, perché la loro mente e il loro fisico non ne sono stati danneggiati, com’è invece avvenuto per noi. Ma l’alcolista vero o colui che sta per diventarlo, senza eccezioni, sarà assolutamente in­capace di rinunciare a bere peri il solo fatto di conoscere se stesso e le conseguenze del suo bere. È un punto sul quale intendiamo ritor­nare e insistere, perché possa entrare bene in testa ai nostri lettori alcolisti così come ce l’ha rivelato la nostra amara esperienza. Esami­niamo un altro esempio.

Fred è uno dei soci di un ufficio di contabilità assai famoso. Gua­dagna molti soldi, possiede una bella casa; il suo matrimonio è riuscito ed ha dei figli molto bravi, che vanno già alla scuola media. È una persona così affabile che conta amici dappertutto. Se c’è un uomo d’affari che ha fatto tanta fortuna questi è Fred, secondo le apparenze è un tipo costante ed equilibrato. Però è alcolista. Abbiamo incontrato Fred per la prima volta, circa un anno fa, in ospedale, dove si fece

curare un esaurimento nervoso. Era alla sua prima esperienza di que­sto genere di malattia e ne provava vergogna. Lontanissimo dall’am­mettere di essere un alcolista, diceva di essere venuto in ospedale per guarire dall’esaurimento. Il medico gli fece capire in tono energico che la sua malattia era più grave di quanto pensasse. Per alcuni giorni ri­mase abbattuto e decise che avrebbe abbandonato l’alcol definitivamente. Non gli venne neppure l’idea che per lui fosse impos­sibile, dato il suo carattere e considerata la sua situazione. Fred, non solo non si credeva un alcolista, ma non avrebbe mai accettato un rimedio spirituale allo scopo di risolvere il suo problema. Gli abbiamo esposto ciò che sapevamo noi dell’alcolismo. S’interessò molto e am­mise pure di averne qualche sintomo, ma non voleva ammettere che con le sue sole forze non avrebbe combinato nulla. Era sicuro che, dopo quell’esperienza umiliante e dopo le nozioni apprese al riguardo, si sarebbe astenuto dal bere per tutto il resto della sua vita. La cono­scenza di sé e del suo problema avrebbe accomodato tutto.

Per un certo tempo non abbiamo più avuto notizie di Fred. Poi ci hanno fatto sapere che era tornato all’ospedale. Questa volta era molto agitato. Fece sapere subito che voleva vederci. La storia che ci raccontò è una delle più istruttive, perché vi parla di un uomo convinto di dovere lasciare l’alcol, che aveva dato prova di avere un coraggio e una determinazione fuori dell’ordinario in tutti i suoi affari e che, mal­grado tutto, era stato di nuovo atterrato dall’alcol.

Lasciamo che parli proprio lui: “Ero rimasto molto colpito da ciò che mi avevate detto sull’alcolismo e non pensavo, francamente, che avrei potuto ritornare a bere dopo quel colloquio. Apprezzavo abba­stanza le vostre idee sulla sottile irragionevolezza che precede il primo bicchiere, ma ero certo che non mi sarebbe potuto accadere nulla di simile, dopo quello che avevo ascoltato. Ero convinto di non essere ammalato come voi e siccome ero riuscito, di solito, a risolvere tutti gli altri miei problemi personali, di conseguenza, pensavo che avrei avuto successo laddove voi avevate fallito. Credevo di aver il diritto di avere fiducia in me stesso. Avrei, dopotutto, dovuto solo esercitare la mia

volontà e sorvegliare il mio comportamento”.

Sono ritornato ai miei affari con quello stato d’animo e per un certo tempo tutto andò bene. Non provavo alcuna difficoltà a rifiutare ogni offerta di bere e ho cominciato a domandarmi se non avessi dato troppa importanza ad una cosa tanto sciocca. Un giorno mi sono reca­to a Washington per presentare il controllo di un conto a un ufficio del governo. Non era la prima volta che andavo fuori città da quando non bevevo più, perciò non c’era nulla di nuovo o di particolare. La mia salute era perfetta e non avevo né problemi urgenti né preoccupazioni. La faccenda da sbrigare era andata bene e ne sarebbero stati contenti anche i miei soci. Era la fine di una splendida giornata, il cielo senza una nuvola.

Sono rientrato nell’albergo e con calma mi sono cambiato il vestito per il pranzo. Mentre attraversavo la porta del ristorante, mi venne in mente che sarebbe stato piacevole sorseggiare qual­che cocktail con il pranzo. Questo fu tutto e niente più. Ho ordina­to insieme al pranzo un cocktail. Poi ho fatto venire un altro bicchiere. Dopo avere mangiato ho deciso di fare quattro passi. Mentre rientra­vo in albergo mi venne la splendida idea che un whisky ghiacciato mi avrebbe fatto veramente bene prima di andare a letto. Sono entrato nel bar e ho ordinato un bicchiere. Mi ricordo di averne bevuti parec­chi quella notte e anche la mattina dopo. Mi ricordo confusamente di essermi trovato in un aereo che volava verso New York e di avere trovato all’uscita dell’aeroporto un conducente di taxi assai simpatico, invece di trovare mia moglie. Fu costui a condurmi un po’ dappertutto col suo taxi per parecchi giorni. Non ricordo però i posti che abbiamo visitato, né ricordo ciò che ho detto e fatto. Poi mi sono ritrovato all’ospedale, dove mi attendevano terribili, insostenibili sofferenze nel corpo e nello spirito.

Dal momento in cui sono stato in grado di pensare, ho comin­ciato a ricordare, anche nei particolari, quella serata trascorsa a Washington. Non solo non mi ero messo a vigilare il mio compor­tamento, ma non avevo neppure fatto resistenza al primo bicchie­re. Quella volta non pensavo affatto alle conseguenze. Avevo co­minciato a bere i cocktail scioccamente, come fossero state gassose. Mi ricordavo ora che i miei amici alcolisti mi avevano detto e mi ave­vano messo in guardia che, se avevo l’indole dell’alcolista, sarebbero sopraggiunti il momento e il luogo in cui mi sarei rimesso a bere. Ave­vano anche detto che, pur restando continuamente all’erta, un giorno avrei ceduto a una scusa banale. Ebbene era proprio ciò che mi era capitato e in forma peggiore, perché ciò che avevo imparato sull’alco­lismo non mi era passato neppure per la testa. Allora mi sono reso conto della mia natura alcolista. Mi sono reso conto che la mia volontà e la conoscenza di me stesso non avrebbero potuto aiutarmi in questi miei strani vuoti mentali. Non avevo mai potuto capire le persone che dicevano che un problema le aveva completamente vinte. Ora lo sape­vo. Fu un duro colpo.

Due amici A.A. sono venuti a trovarmi. Sorridevano, cosa che non mi è mai troppo piaciuta, poi mi hanno chiesto se mi fossi convinto di essere un alcolista e se la mia sconfitta fosse totale, quella volta. Risposi di sì in tutti e due casi. Mi hanno fornito molte prove per convincermi che una mentalità tipica dell’alcolista, come quella che avevo dimostrato quella sera a Washington, era praticamente incurabile. Mi hanno citato dei casi simili al mio, a dozzine. Questo modo di proce­dere ha spento in me ogni più piccolo barlume di speranza che sarei riuscito a risolvere il mio caso da solo”.

Mi hanno fatto conoscere, in un secondo tempo e a grandi li­nee, la soluzione che centinaia di loro avevano trovato nel campo spi­rituale, con le relative implicazioni nel campo pratico, soluzione che per loro era diventata un programma di vita ricca di successi. Anche se ero praticante solo esteriormente, non ho trovato le loro idee diffi­cili da capirsi. Ma il programma di vita, sebbene fosse ragionevole, lo trovavo troppo drastico. Vedevo, per esempio, che avrei dovuto ri­nunciare a tanti dei miei punti di vista, ai quali ero stato legato tutta la vita. La cosa non era facile. Tuttavia, da quando ho preso la decisione di proseguire in questo programma, ho avuto la strana sensazione di essermi liberato dalla condizione di alcolista nella quale mi trovavo prima, e più tardi ne ho avuto la prova”.

Assai importante è stata la scoperta che mi ha insegnato che i principi spirituali potevano risolvere tutti i miei problemi. Poi li ho messi in pratica e ho cominciato a vivere in modo più soddisfacente e, almeno voglio sperare, più utile di prima. La mia vita di una volta non era cattiva in sé, ma non cambierei i momenti più belli di allora con i meno belli di oggi. Non ritornerei indietro, anche se potessi”.

La storia di Fred non ha bisogno di commenti. La nostra sola speranza è che essa riesca a convincere tutte quelle numerosissime persone che si trovano nelle stesse condizioni. Non aveva provato che i primi attacchi della malattia. La maggiore parte degli alcolisti devono ricevere assai più bastonate dalla vita prima di cominciare a risolvere il loro problema.

Molti medici e molti psichiatri si trovano d’accordo con le no­stre conclusioni. Uno di questi che lavora in un ospedale di fama mon­diale recentemente ha fatto questa dichiarazione ad alcuni dei nostri:

Ciò che voi affermate sullo stato di disperazione in cui si trovano gli alcolisti, nella maggioranza dei casi, secondo me, è esatto. Per quanto riguarda voi, quei due di cui ho appena sentito la storia, non ho alcun dubbio nell’affermare che sareste stati al 10000 senza speranza, se Dio non vi avesse aiutati. Sicuramente avreste voluto entrare in quest’ospedale come pazienti ed io non vi avrei accettato, se avessi potu­to farlo. Casi come i vostri sono veramente desolanti. Anche se non pratico alcuna religione, nutro un profondo rispetto per il vostro meto­do, che cerca di curare lo spirito in casi simili al vostro. Nella maggio­ranza dei casi non esiste altra soluzione”.

Ancora una volta lo ripetiamo: l’alcolista in certi periodi della sua esistenza non possiede alcuna difesa mentale contro il primo bic­chiere. Salvo casi eccezionali, né lui né alcun altro essere umano può dargli questa difesa. Solo un Potere Superiore può salvarlo.