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News di Alcologia

Le Tradizioni

Le Tradizioni

Le Tradizioni

 

 

Come molti tra di noi, all’inizio consideravo le Tradizioni di A.A. una cosa certamente noiosa e probabilmente inutile. Non capivo - non so se non volevo o non potevo capire - ma certo non capivo che cosa avessero a che fare tutte quelle chiacchiere sul nostro comune benessere che deve venire prima anziché dopo, o sull’anonimato, o sui princìpi al di sopra delle personalità col fatto che, dopo un quarto di secolo, stavo smettendo di bere. Cosa poteva importarmi dei contributi esterni a un Gruppo di A.A., se non sapevo nemmeno come avrei fatto l’indomani a non bere, avendo ormai capito che bere non dovevo e non potevo, essendo ormai svanita l’illusione di poter dominare l’alcol?

Così come molti - ripeto - semplicemente non mi occupavo del pro­blema. Gli anziani del mio Gruppo, a dire il vero, a volte trattavano l’ar­gomento, ma pensavo fosse un problema loro, non mio; così coglievo l’occasione per astrarrni e pensare ai fatti miei. In fondo, un po’ di riposo mentale mi faceva bene e ne avevo diritto: a troppe cose avevo pensato nell’ultimo periodo. Troppe cose erano avvenute e io, napoletano sfatica­to, avevo il diritto di assentarmi mentalmente mentre loro - gli anziani -parlavano dei fatti che riguardavano solo loro!

Questo è stato il mio primo approccio con le nostre Tradizioni. Ecco perché non mi meraviglio, né tanto meno mi scandalizzo, quando mi capita di vedere nei “nuovi” un atteggiamento di scetticismo nei riguardi di questa parte del Programma.

In realtà, questo è un caso classico di “altri che non capiscono”, ma solo perché siamo noi che non sappiamo spiegarci, siamo noi con qual­che giorno in più di sobrietà che dovremmo cercare, ripensando ai nostri

primi tempi in A.A., di fare capire a tutti, anche a quelli giunti tra noi da pochi giorni, che i Dodici Passi e le Dodici Tradizioni non sono cosa tra loro separate che possano essere, a piacimento, trattate o meno. Dovremmo cercare di fare capire, come io ho capito solo più tardi e spe­cialmente facendo servizio, che i Dodici e Dodici sono complementari fra loro e che gli uni senza gli altri possono essere insufficienti.

Dice Bili nella prefazione dell’opuscolo “La Tradizione di A.A. come si è sviluppata” (che abbiamo pubblicato a puntate sul nostro giornalino “Insieme”): “Quando un alcolista applica alla propria vita personale i Dodici Passi del nostro Programma di recupero la sua disintegrazione si blocca e ha inizio la sua unificazione. Il potere che ora lo tiene insie­me come un tutt’unico è più forte di quelle forze che lo laceravano. Esattamente lo stesso principio vale per ogni Gruppo di A.A. e per Alcolisti Anonimi nel suo insieme. Finché i legami che ci tengono uniti si dimostrano di gran lunga più forti di tutte quelle forze che ci dividereb­bero, se lo potessero, tutto andrà bene”.

E poi: “Noi sappiamo che Alcolisti Anonimi deve continuare a vive­re altrimenti, salvo poche eccezioni, noi e i nostri fratelli alcolisti di tutto il mondo riprenderemo certamente il viaggio senza speranza verso l’oblio”. E ancora: “Quasi ogni alcolista può dirvi quali siano i problemi del nostro Gruppo. Fondamentalmente essi hanno a che fare con le nostre relazioni reciproche e con il mondo esterno. Essi coinvolgono le relazioni del singolo A.A. con il suo Gruppo, le relazioni del suo Gruppo con Alcolisti Anonimi nel suo insieme, e il posto di A.A. in questo mare agitato chiamato società moderna, dove l’umanità deve quanto prima naufragare o trovare un porto”.

Ed ecco, in poche magistrali parole, dimostrato come Alcolisti Anonimi sia indispensabile per la sopravvivenza di ogni singolo alcolista e come le Tradizioni siano indispensabili per l’unità di A.A. e, perciò, per la sua sopravvivenza e quindi le Tradizioni indispensabili al singolo A.A.

Ma nel brano che ho appena riportato viene anche detto: “Essi - i problemi del nostro Gruppo - coinvolgono le relazioni del singolo con...

Le relazioni del singolo, perciò la sua vita. Ecco che le Tradizioni servo­no alla vita del singolo, ecco perché, a mio parere, fanno parte anche del

Programma individuale di recupero. Dice il Dodicesimo Passo: “Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di mettere in pratica questi princìpi in tutte le nostre attività”. E tra le attività vi sono le nostre relazioni, anche con l’esterno, come A.A. e come individui. Queste relazioni necessitano della guida delle nostre Tradizioni per essere serene e costruttive.

E se riuscissimo a spiegare bene questo, molti nuovi venuti forse non perderebbero tanto tempo - come me - e marcerebbero più spedita­mente sulla via di una serena sobrietà. Infatti, cosa è mai il nostro Programma di recupero se non la ricerca di una vita serena per potere rimanere sobri, e nel contempo la ricerca della sobrietà per potere rag­giungere la serenità, dato che la felicità non è di questo mondo?

Può sembrare un gioco di parole ma noi tutti sappiamo che non lo è: sobrietà per avere la serenità, serenità per mantenere la sobrietà. Non è un gioco, è la verità: basta non toccare il primo bicchiere e, come in un sistema di due equazioni, sostituendo un’incognita della prima nella seconda, l’enigma si scioglie e si ottengono - o si cominciano a ottenere -entrambe le cose: la serenità e la sobrietà divengono tutt’uno.

Ma si può essere sereni - e quindi continuare ad avere la possibilità di essere sobri - se le nostre relazioni esterne, come singoli o come parte di una comunità (nel nostro caso il Gruppo A.A. come tale) sono trava­gliate? Ed ecco ricomparire le Tradizioni, lo strumento per regolare le nostre relazioni, il mezzo perché esse siano relazioni serene, la via attra­verso la quale noi (che, direttamente o tramite i Gruppi di A.A., siamo i soggetti di queste relazioni) possiamo essere ancora e sempre sereni, e quindi sobri, e perciò sempre più sereni, e così via all’infinito.

Come l’ammenda fatta con il Nono Passo, dopo l’esame di noi stessi nel Quarto e nel Quinto, e la lista delle persone che abbiamo leso dell’Ottavo Passo servono a far sì che le nostre relazioni con gli altri e con il mondo, oltre che con noi stessi, siano migliori e noi possiamo la sera addormentarci sereni pensando alla giornata trascorsa, allo stesso modo le Tradizioni, se applicate, contribuiscono al mantenimento di queste buone relazioni.

Quando nella Prima Tradizione si afferma: “Il nostro comune benesse­re dovrebbe venire in primo luogo, il recupero personale dipende dall’unità di A.A.”, non si fa altro che affermare, in una mirabile sintesi, quello che ho finora cercato di dire... senza nessun dono di sintesi! Dall’unità di A.A. dipende il nostro recupero personale, da ciò la mia personale salvezza!

Dice Bill: “Ciascun membro di A.A. è solo una piccola parte di un grande insieme. Alcolisti Anonimi deve continuare a vivere o la maggior parte di noi sicuramente morirà. Quindi, il nostro comune benessere viene per primo, come quello individuale viene subito dopo”.

Con la Seconda Tradizione, invece, si gettano le basi per le relazioni all’interno dei nostri Gruppi e della nostra Associazione. Queste relazio­ni sono improntate al giusto rispetto degli uni verso gli altri come in una “democrazia ideale”, una “vera democrazia” che solo in A.A. si può svi­luppare perché solo in A.A. lo scopo si identifica con la vita stessa di tutti i membri dell’Associazione.

“L’unico requisito per essere membri di A.A. è il desiderio di smettere di bere” dice la Terza Tradizione dandoci un’altra lezione su come intende­re i nostri rapporti con gli altri alcolisti. Una lezione di disinteresse totale ma che stranamente, alla fine, è a nostro vantaggio. Disinteresse per i tra­scorsi, la razza, le idee, il credo degli altri, per il danno che forse temiamo ci potrebbe arrecare la loro presenza tra noi e che invece si tramuta in nostro benessere quando possiamo serenamente constatare che un’altra vittima dell’alcol si è potuta salvare grazie al fatto che noi non l’abbiamo giudicata ma solo accolta. Benessere al pensiero che, se e quando ne avessimo bisogno, lo stesso accadrebbe anche a noi in ogni angolo della terra: saremmo semplicemente accolti senza che nessuno ci chiedesse conto di noi stessi! Accolti e, se possibile, aiutati! Quanta serenità, quan­ta gioia in questo pensiero! E perciò quante ragioni in meno per pensare di tornare a bere! Ricordiamoci di quante volte, in passato, abbiamo bevuto quando, nel corso delle nostre crisi di autocommiserazione, affo­gavamo nelle lacrime e nell’alcol la disperazione di sentirci - o crederci -respinti da tutti!

“Ogni Gruppo dovrebbe essere autonomo tranne che per le questio­mii riguardanti altri Gruppi o A.A. nel suo insieme”. Arriviamo così alla Quarta Tradizione per incamerare un’altra lezione di “democrazia pura”.

La nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri: potremmo tradurre in questo modo quanto scritto da Bili, accentuando il valore del rispetto per gli altri e non soffermandoci troppo - come spesso faccio io - sulla nostra libertà. Ecco un altro modo per non creare conflitti, rancori, rimorsi, risentimenti. Se si rispettano gli altri, più spesso di quanto non si creda di venire rispettati, aumenta la serenità in noi e attorno a noi e soprattutto non si creano le occasioni per inventare risentimenti, altro male mortalmente pericoloso per ogni alcolista così come lo sono i rimorsi.

La Quinta Tradizione, affermando che “Ogni Gruppo non ha che un solo scopo primario: trasmettere il suo messaggio all’alcolista che sof­fre” ci ricorda che la data di nascita di A.A. viene fatta coincidere con il primo giorno di sobrietà del dottor Bob; cioè, quando per la prima volta fu trasmesso e recepito il messaggio. Ci ricorda perciò che A.A. esiste solo in quanto la strada del recupero è nella trasmissione del messaggio:

senza trasmissione del messaggio Alcolisti Anonimi non avrebbe ragione di esistere. Noi, come singoli, come membri dei Gruppi, se vogliamo pro­seguire sulla strada di una serena sobrietà, dobbiamo cercare di portare questo messaggio a chi soffre ancora.

Il singolo alcolista che soffre ancora è l’obbiettivo di questa Tra­dizione. Questo obbiettivo ci viene ricordato, come singoli alcolisti ora sobri, a conclusione del Programma nell’ultimo dei Dodici Passi di recu­pero, e la stessa cosa ci viene detta, sia pure con parole diverse, nella Quinta Tradizione, nella nostra qualità di appartenenti a una Asso­ciazione. E all’inizio del commento di questa Tradizione Bili ci spiega, senza possibilità di fraintendimenti, con l’esempio dell’équipe di medici che lavorano alla ricerca di una cura per il cancro e che hanno compreso che “solo tramite l’unione dei loro sforzi lo scopo può essere raggiunto”, che questo è un dovere dei medici stessi sia come gruppo sia come indi­vidui. È un dovere che questi medici compiranno mettendo da parte ogni altra ambizione personale perché troveranno piena soddisfazione se la loro ricerca riuscirà, non solo per la loro équipe ma anche per loro stessi come individui.

La Sesta Tradizione dice: “Un Gruppo A.A. non dovrebbe mai aval­lare, finanziare o prestare il nome di A.A. ad alcuna istituzione similare o organizzazione esterna, per evitare che problemi di denaro, di proprietà e di prestigio possano distrarci dal nostro scopo primario”.

Quanti di noi, appena sobri, o forse ancora astinenti, si sentono investiti della missione di salvatori degli alcolisti di tutto il mondo e, come dice Bili all’inizio del commento, avrebbero voluto educare il pub­blico, riscrivere i testi di scuola e quelli medici, recuperare i derelitti dei quartieri malfamati! Poi abbiamo tentato i primi Dodicesimi Passi: quan­ti fallimenti! Quante delusioni! Che ne sarebbe stato di noi - di me! - se ci fossimo abbandonati al nostro primo istinto e avessimo aperto cliniche (come avrei voluto fare io che in una particolare clinica avevo conosciu­to A.A.), avessimo appoggiato comitati, partiti o altro, spendendo il nome di A.A. nell’intento di portare il messaggio? Che ne sarebbe stato di noi dinanzi ai fallimenti delle nostre imprese, dinanzi alle delusioni, alle perdite di tempo e di prestigio? Ecco che, ancora una volta, le Tradizioni, difendendo A.A. nel suo insieme, nel contempo difendono i singoli alcolisti.

La Settima Tradizione dice: “Ogni Gruppo A.A. dovrebbe mantener­si completamente da solo, rifiutando contributi esterni”. Il fatto che siamo noi, gli ex ubriaconi, gli alcolisti, a pagare le nostre spese fa dimi­nuire la nostra vergogna nel chiedere aiuto e questo, all’inizio, ci dà una mano a rimanere in A.A. dopo avere fatto lo sforzo (e trovato il corag­gio!) di aprire quella fatidica porta.

Il fatto di non dovere dipendere da nessuno, il fatto di non dovere pagare nessuno, il fatto che non vi siano interessi materiali di questo o quello da tutelare o difendere, danno all’alcolista nuovo arrivato una sensazione di fiducia, una sensazione di essere entrato a far parte di un’Associazione del tutto fuori dal comune in questo mondo pervaso di egoismi e materialismo, un’Associazione senza alcun fine di lucro, un’Associazione in cui si pensa solo al bene comune e non a interessi particolari.

E questo dà fiducia all’alcolista, più o meno distrutto, più o meno al fondo, che entra e cerca qualcosa, qualcuno di cui potersi fidare e a cui poter aprire il suo animo pieno di angoscia. Lo farebbe se pensasse che coloro che sono lì e che lo hanno accolto, sia pure gentilmente e con appa­rente calore umano, lo fanno perché hanno degli interessi materiali da difendere? Perché hanno investito del denaro o ne vogliono guadagnare?

E l’alcolista più anziano, in un momento di crisi, si fiderebbe cieca­mente dei suoi compagni se pensasse che questi sono mossi da interessi particolari? O quando vede spuntare fuori - come spesso purtroppo accade - dei “protagonisti”, sarebbe disposto a lasciare correre e a per­donare se pensasse che dietro a questi protagonismi vi sono altri inte­ressi nascosti?

E se tutto questo accadesse sarebbe facile conservare serenità e sobrietà? Immancabilmente, anche questa Tradizione, come le altre, aiuta la nostra sobrietà come singoli alcolisti.

L’Ottava, la Nona e la Decima Tradizione, rispettivamente, dicono: “Alcolisti Anonimi dovrebbe rimanere per sempre non professionale, ma i nostri Centri di Servizio potranno assumere degli impiegati appositi” -“A.A. come tale non dovrebbe mai essere organizzata; ma noi possiamo costituire dei Consigli di Servizio o Comitati, direttamente responsabili verso coloro che essi servono” - “Alcolisti Anonimi non ha opinioni su questioni esterne, di conseguenza il nome di A.A. non dovrebbe mai essere coinvolto in pubbliche controversie”.

E già dalle semplici enunciazioni di queste tre Tradizioni chiara­mente traspare la necessità di evitare con cura il coinvolgimento degli alcolisti in faccende che nulla hanno a che vedere con il nostro Programma spirituale di recupero e ciò anche per i motivi che abbiamo appena detto parlando delle altre Tradizioni e, in particolare, della Settima. Così come ci viene ricordata la necessità dell’umiltà e del senso di responsabilità personale. E Bill ci rammenta che “i veri leader di A.A. non sono che dei servitori fidati ed esperti dell’Associazione”.

Di nuovo le Tradizioni vengono in aiuto del Programma di recupero di ogni singolo alcolista perché mi sembra evidente che, evitando di infi­larci in pubbliche diatribe, evitiamo nel contempo tutte quelle emozioni

- come ira, risentimenti ecc. - che potrebbero essere così dannose nel nostro recupero personale.

L’Undicesima e la Dodicesima Tradizione recitano rispettivamente:

“La politica delle nostre relazioni pubbliche è basata sull’attrazione più che sulla propaganda; noi abbiamo bisogno di conservare sempre l’ano­nimato personale a livello di stampa, radio e filmati” - “L’anonimato è la base spirituale di tutte le nostre Tradizioni, che sempre ci ricorda di porre i princìpi al di sopra delle personalità”.

Di queste due Tradizioni vorrei cogliere solo l’aspetto tra esse comune: l’anonimato. L’argomento è evidentemente ritenuto molto importante giacché è l’unico tra quelli trattati che esplicitamente venga esaminato in due Tradizioni, anche se, a onor del vero, anche di denaro si parla sia nella Sesta sia nella Settima Tradizione, però ciò viene fatto sotto due aspetti un po’ diversi.

In un articolo pubblicato su “Insieme” nel 1985, tratto da “Grapevine” del settembre 1984, vengono individuati ben cinque diversi aspetti dell’anonimato:

•  l’anonimato della protezione personale;

•  l’anonimato dell’immagine di A.A.;

•  l’anonimato dell’uguaglianza;

•  l’anonimato dell’umiltà;

•  l’anonimato dell’unità.

Già nell’elencazione appena fatta appare evidente come l’anonima­to sia un qualcosa che interessa tanto il singolo alcolista quanto l’Associazione.

Potremmo, per esempio, dire assieme all’A.A. americano che ha scritto l’articolo: “L’anonimato dell’uguaglianza sta a significare che ogni A.A. si può sostituire a un altro senza che il messaggio cambi”; e potrem­mo definire l’anonimato dell’umiltà come il nemico, l’antidoto del prota­gonismo.

E non c’è chi non veda come questi due aspetti dell’anonimato faccia­no parte della “cura” cui noi alcolisti, come tali, ci dobbiamo sottoporre.

Tutti sappiamo i danni che il protagonismo ci può arrecare sia per le emozioni distorte, le delusioni, le paure che esso determina, sia per i riflessi che esso può avere all’interno di A.A. creando correnti, partiti, lotte interne, disgregazioni e di conseguenza il rischio che qualcuno, coinvolto direttamente o indirettamente in queste lotte, torni a bere:

quasi niente, più del protagonismo, è bagnato di alcol e di lacrime, pro­prie e altrui.

Ed è questa l’ultima dimostrazione della tesi che mi ero prefisso di dimostrare; la ripeto: le Tradizioni non servono solo all’Associazione in quanto tale, ma sono indispensabili a tutti noi per il nostro recupero per­sonale. Fanno parte integrante della nostra “cura” e perciò non dobbia­mo trascurarle.

N. - Lazio (1992)