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Mi chiamo Anna e sono un’alcolista...

Mi chiamo Anna e sono un’alcolista...

«Mi chiamo Anna e sono un’alcolista»... un’altra vita si può

Più donne che uomini. Più giovani che vecchi. L’alcol non guarda in faccia nessuno. L’associazione Alcolisti anonimi è una porta aperta per chi vuole uscirne. Come? Nessun farmaco, solo amici che si auto aiutano: con la forza del gruppo si ottengono risultati straordinari

Ex bevitori seriali. Più giovani che vecchi. Più donne che uomini. Intorno a un tavolo per darsi coraggio. Per reimparare a vivere. Milano, piazza Wagner: serata da Alcolisti anonimi. C’è chi ha toccato il fondo e si presenta con la formula di rito: «Mi chiamo Anna e sono un’alcolista». La sintesi è lucida e spietata: «Bevo perché sono una persona sbagliata». L’umanità è varia: uno può essere il collega di lavoro, un’altra la vicina di casa, un altro ancora il capo di un ufficio. Gente che si incontra sul bus o in metrò e si racconta dopo aver toccato il fondo: del bicchiere e della voglia di vivere. Qui si ritrova come persona. «Sono sobrio da sei anni», dice Umberto. «Ero fuggita da me stessa», ricorda Nicoletta. «Se mi guardo allo specchio non mi vergogno più», è felice Andrea.

Gli Alcolisti anonimi non sono una casa di cura: sono amici che si aiutano, anzi, si autoaiutano. «A noi piace sottolineare che svolgiamo questa attività in modo totalmente gratuito». Unico requisito richiesto per farne parte è il desiderio di smettere di bere. Il punto fermo, dal 1935, anno di fondazione dell’associazione ad Akron, Ohio, è l’anonimato. Chi si libera dalla schiavitù della bottiglia diventa un esempio per gli altri. Un esempio positivo. «La nostra ricompensa si chiama sobrietà: più aiutiamo gli altri più stiamo bene noi stessi». Non sono proibizionisti o antiproibizionisti. Non hanno finalità politiche. Ottengono risultati straordinari con la forza del gruppo. In Lombardia sono attivi da quarant’anni e confermano che se si vuole, e qualcuno ci dà una mano, ce la possiamo sempre fare.

L’alcolismo è una piaga sociale. Si muore, si causano incidenti stradali, si esce dai radar della vita e si entra nella zona d’ombra dell’abuso, che a volte sconfina nell’illegalità. Siamo un Paese che ha nel vino una risorsa, ma gli eccessi lasciano il segno. Troppi giovani bevono male. E rischiano di finire nel tunnel della dipendenza. Una dottoressa del Pronto soccorso ha scritto al Corriere: «Ogni sera mi confronto con la triste realtà di giovani alcolizzati o drogati. Una volta sono stata chiamata in discoteca dove c’era anche mio figlio. Sulle scale ho trovato ragazzi riversi a terra, ubriachi, nella totale indifferenza del personale. Mio figlio era sotto a un tavolo, reso incosciente da un paio di cocktail ad alto tasso alcolico. Non giustifico la sua imprudenza, ma denuncio la spietata freddezza con cui l’alcol viene venduto anche ai minorenni…».

Sui giornali e in tv si parla molto di droghe. I morti in Italia nel 2016 sono stati 263. Ma le vittime dell’abuso di alcol nella sola Lombardia hanno numeri simili: 244. A far male non è il bicchiere di troppo. È il primo: quando diventa un surrogato per evadere da qualche paura o fragilità. Nel confessionale laico di piazza Wagner si registrano storie di umane cadute, tra ricordi d’infanzia, delusioni e grandi solitudini. «La causa dei nostri problemi siamo noi stessi», spiega Riccardo. «Io ho cominciato a bere da ragazzo», racconta Maurizio. «È stata una discesa graduale e anche piacevole. Una giusta dose di alcol mette a posto quei freni inibitori che ti paralizzano davanti a un evento imprevisto. Dicevo: non è lui che comanda, sono io che me ne servo. E smetto quando voglio. Invece no...».

La terapia degli Alcolisti anonimi è semplice: ascolto e comprensione. Funziona quando si è davvero motivati a cambiare. La volontà fa miracoli. Parla Iris, donna in carriera. «Responsabile di marketing. Brava e decisa, dicono di me. Inciampata nel bicchiere, dopo l’aperitivo con le amiche per riempire un vuoto esistenziale. Da bambina ero silenziosa, una ragazza che stava in disparte. Poi vita normale: sposata, separata, convivente. L’alcol è stato un rito consolatorio. Mai pensavo di finire nella dipendenza». Venire qui è un’ammissione di colpa, una prova di coraggio. Paola spiega così il suo percorso:«Ho cominciato a bere per festeggiare una gioia. Altre volte sono stata spinta da un dolore. L’alcol è una meravigliosa via di fuga e il momento clou della giornata era la bottiglia che tiravo fuori dall’armadio, la sera, di nascosto. Adesso sono rinata. La mia terapia è cominciata otto anni fa. Vengo una volta alla settimana, per non dimenticare chi ero e non voglio tornare ad essere».

La dipendenza non è un vizio, ma una malattia. Gli Alcolisti anonimi dicono che per guarire non servono medicine. «I farmaci che dovrebbero inibire sono come il metadone per i tossicodipendenti: un’altra droga». In assenza di supporti scientifici la loro battaglia si regge sul passaparola. Sui tanti che attraverso l’associazione hanno ritrovato il passo giusto nella vita. Anzi, i dodici passi. Si chiama così il percorso per la rinascita. Dodici fondamentali passi che sgonfiano l’ipertrofia narcisistica dei bevitori.

(...omissis...)

copia integrale del testo si può trovare al seguente link: https://www.corriere.it/buone-notizie/18_aprile_23/mi-chiamo-anna-sono-un-alcolista-un-altra-vita-si-puo-053e386c-470f-11e8-a25d-1013070b91d4.shtml

(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)