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News di Alcologia

Quinto Passo. Non ci avevo pensato

Quinto Passo. Non ci avevo pensato

Quinto Passo. Non ci avevo pensato

 

 

La prima volta che lessi il Quinto Passo fu in Gruppo. Ascoltai le testimonianze dei miei amici (per me erano tutti “vecchi saggi” rispetto alla mia recentissima e fragile sobrietà) e capii subito che per me sareb­be stato un Passo decisivo, che avrebbe segnato una svolta nella mia nuova vita.

Molti amici suggerivano di “spezzano”, di suddividere le tante cose da confidare in diversi “settori” e scegliere, perciò, più persone con cui, in tempi successivi, discuterne. Ci riflettei sopra e giunsi alla conclusio­ne che per me questo non era utile; ormai qualcosa di me stesso l’avevo capita, sapevo la mia bravura - folle bravura! - nel recitare, nel mentire, nel fan apparire le cose come volevo io. Se avessi scelto più persone per il mio Quinto Passo sarebbe stato troppo facile ingannarle per ingannar­mi ancona.

Esitai un po’, ma alla fine mi decisi: presi un amico, gli chiesi di aiu­tarmi e vuotai il sacco fino in fondo. Lui fu stupendo; capiva, mi tranquil­lizzava, faceva “sì” con la testa mentre io mi accaloravo nel mio racconto; ogni tanto parlava di sé, faceva dei paragoni, mi spingeva con delicatezza quando titubavo.

Che sollievo! Mi resi conto che finalmente riuscivo ad accettarmi, a vedermi così come sono: un po’ di bene, un po’ di male, qualche difetto tipico degli alcolisti e tanta voglia di crescere. Era valsa la pena di soffri­re un po’, di stare in ansia (“Ma avrò scelto la persona giusta”, “Mi capirà o riderà di me?”, “Riuscirò a essere sincero fino in fondo?”) per sentirsi poi liberi, pronti per affrontare una nuova vita.

A questo punto credevo proprio di avere risolto i miei problemi con il Quinto Passo; ormai ne parlavo in Gruppo con tranquillità, suggerivo ai pochi amici più giovani di non aspettare troppo per affrontarlo e cercavo di spiegare loro che in fondo non è un problema così grosso come sem­bra.

Passò qualche tempo, la mia sobrietà si arricchì di qualche venti­quattr’ore mentre vedevo attorno a me tanti amici nuovi, tante vite che ricominciavano. Un bel giorno uno di loro, con tanta timidezza, mi fermò e mi disse: “Mi aiuteresti a fare il Quinto Passo? Ne parli sempre così bene che penso che tu potresti essere la persona giusta...”.

Fu una folgorazione. È incredibile, ma non ci avevo proprio pensa­to! Non avevo mai messo in conto la possibilità di essere io a ricevere un Quinto Passo! Mi ritornò subito in mente il mio “confessore” (così lo chiamavo affettuosamente); mi rammentai di quanto era stato bravo con me, di quanto aiuto mi avesse dato. E io? Sarei stato capace, io, di essere altrettanto bravo?

Dissi all’amico che ci avrei pensato e mi presi un po’ di tempo per riflettere. Confesso con sincerità che il mio istinto era quello di rifiutare:

la paura di sbagliare tutto, di non essere all’altezza, era veramente tanta. Penò una voce, dentro di me, mi diceva che non era giusto, che non potevo tirarmi indietro.

Usai il Programma; prima di tutto cercai di fare silenzio in me stes­so, di zittire le mie ansie. Feci un po’ di Undicesimo Passo: pregai il mio Potere Superiore perché mi desse la forza e la serenità per capire cosa dovessi fare; meditai a lungo e cercai di raccogliere in me tutta la spiri­tualità che tanti amici mi avevano regalato.

Pensai a tante cose: ma una fu decisiva. A che cosa dovevo la mia salvezza? Al Programma di A.A. E quale ne era la sintesi? Ammettere di essere alcolista, impotente di fronte alla propria malattia, bisognoso di aiuto da parte di altri alcolisti e con l’assoluta necessità di portare il mes­saggio ad altri per potere mantenere la propria sobrietà. Dunque dovevo farlo. Se volevo rimanere sobrio, anzi, rafforzare la mia sobrietà, non potevo esimermi dall’aiutare un alcolista che me lo chiedeva.

Ne sarei stato capace? Sicuramente sì; non ero io che dovevo sal­varlo: io dovevo divenire lo strumento di un disegno divino - assai più grande di me - che avrebbe aiutato il mio amico; era Dio, il Potere Superiore, che avrebbe compiuto il miracolo, era quel mio amico che si sarebbe ritrovato parlando con me. In realtà, confidandomi le sue verità, quel mio amico avrebbe usato me per parlare con Lui.

La mia paura derivava solo dalla mia presunzione, dal credere di essere importante, di poter giudicare qualcuno o magari di poter capire cosa fosse meglio per lui. Accettare di ricevere il suo Quinto Passo avrebbe dovuto costituire per me un atto di vera umiltà.

Ero convinto, perciò dissi di sì; sarei un gran bugiardo se dicessi che non avevo più paura, però avevo conquistato una serenità di base che - ne ero sicuro - mi avrebbe aiutato a comportarmi al meglio.

Venne il gran giorno, anzi la gran sera. Ci eravamo dati appunta­mento per la cena. Mangiammo assieme senza affrontare temi specifici ma questo servì a metterci a nostro agio. Quando cominciò a parlare del suo Quarto Passo tutta la tensione era ormai sparita. Mentre lui parlava

io cercavo di mostrarmi tranquillo, di sorridergli; sdrammatizzavo le cose che più lo facevano soffrire; intervenivo parlando di me ogni volta -e non capitava di rado! - che trovavo un punto di contatto tra le sue con­fidenze e le mie esperienze; soprattutto cercavo di fargli capire che nes­suno è “tutto bianco” o “tutto nero” (come siamo portati a credere noi alcolisti), ma che c’è molto grigio e che è su quello che dobbiamo lavora­re. Ogni tanto (ma non glielo dicevo) ripensavo al mio Quinto Passo, ai sorrisi del mio “confessore”, alla sua serenità e cercavo di assomigliargli.

Ci rivedemmo ancora per approfondire qualche argomento specifi­co, ma ormai tutto era più facile. Tra noi c’era molta confidenza, ci senti­vamo sulla stessa barca e sapevamo di avere bisogno l’uno dell’altro. Il miracolo di A.A. si era compiuto ancora. Spero - anzi, ho ragione di cre­dere - che al mio amico quell’esperienza sia stata utile; di sicuro è stata molto importante per me. Solo allora sono riuscito a capire il profondo valore del Quinto Passo, a “sentire” quella grande comunione spirituale che riusciamo a realizzare quando ci affidiamo al nostro Potere Superiore, traendo da quell’esperienza una carica spirituale ed emotiva che ci aiuta a vivere serenamente altre ventiquattr’ore. Grazie, Signore, di avere fatto di me uno strumento dei Tuoi Disegni.

  1. - Lazio (1996)