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Seconda Tradizione: umiltà

Seconda Tradizione: umiltà

Seconda Tradizione: umiltà

Tornare al Gruppo dopo una lunga assenza e provare il medesimo sollievo, la stessa pace intensa di tempo addietro, quando vi ero appro­data naufraga nel mare dell’ultima sbornia... Come mai? Perché, per un certo periodo, non avevo più avuto la stessa sensazione di sollievo, anche se il Gruppo è sempre lo stesso, salvo i “nuovi” che per fortuna non mancano mai di attirare il mio sincero interesse?

Forse è qui la chiave: l’interesse. Mi ero seduta e avevo cominciato ad ascoltare. Con interesse. Con attenzione. E mentre le testimonianze si susseguivano, ora pacate, ora inquiete, le mie ansie si placavano, i pensieri - prima pesanti, oscuri, incessanti - si dissolvevano. Io ascolta­vo. Tutto il resto era fuori, se ne era andato fuori dalla stanza.

Si parlava del Secondo Passo. Mentre ascoltavo con questa grande attenzione, seguendo ogni parola, ogni silenzio, ogni incertezza, ogni fre­mito delle voci, il loro suono, la loro musica, sentivo finalmente di “comunicare” di nuovo con gli altri, col mondo... Eppure, non facevo altro che ascoltare.

Cos’è questo mistero, questa strana, stupenda esperienza che si ripete spesso, ma non sempre? E che cosa c’entra poi, con la Seconda Tradizione? La Coscienza di Gruppo? Il Dio d’amore? Ho pensato questo:

ho pensato che chi ha scritto le Tradizioni, anche questa, deve avere fatto propria quell’esperienza di “ascolto”.

E allora tradurrei la Seconda Tradizione così: i servitori in A.A. non governano, ascoltano.

E come, se no, potrebbero far sentire la “Coscienza di Gruppo”?

Credo che a tutti sia capitato di partecipare a certe riunioni di ser­vizio, a qualsiasi livello, durante le quali vi sono stati momenti in cui era del tutto evidente che nessuno stava ascoltando gli altri. Che alcuni sta­vano solo cercando di “sbrigare la faccenda”, per passare ad altro tema, ritenuto più interessante, più urgente, più degno di impegno. Mentre altri stavano solo contando quanti erano pro o contro la loro idea. Qualcuno rivelava moti di stizza al solo manifestarsi di opinioni diverse dalla sua, o emozioni “condannevoli”, quelle che “non ci possono essere in A.A.”, facendosi giudice del bene e del male. A me è capitato di avere ognuno di questi pensieri e comportamenti. Quello che ora so, è che in quei momenti, in realtà, io non stavo ascoltando.

Perché quando, invece, ascolto, ogni parola che mi arriva è un dono; mi sento arricchita. Quando ascolto veramente, non ho pregiudizi, nè emetto giudizi.

Potrei dire che ascolto “al di là” delle parole: ascolto le persone.

La responsabilità particolare di chi fa servizio in A.A. è proprio que­sta: cercare di disporre sempre l’animo all’ascolto attento di sé e degli altri.

Chissà che l’umiltà, alla fin fine, non sia proprio e semplicemente questo: saper ascoltare.