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News di Alcologia

Bere il giusto?

Bere il giusto?

Bere il giusto?

Le linee guida ormai dicono che la quantità ottimale di consumo di alcol è zero. Ma oltre ai dati pesano le scelte valoriali sul rischio 

 

Avete bevuto “il giusto” a fine anno? Se solo fosse facile capire quanto sia il giusto. Zero, dicono le linee guida. Quindi un brindisi di bollicine è già di troppo?

In effetti negli ultimi due anni il messaggio delle principali linee guida sanitarie è diventato sempre più netto: non esiste una quantità di alcol priva di rischio.

È la posizione ribadita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e ripresa anche nelle raccomandazioni diffuse dalle istituzioni sanitarie nazionali, compreso il Ministero della Salute.

Molti hanno letto questo cambiamento come una nuova scoperta scientifica, o come la smentita definitiva della vecchia idea del bicchiere di vino che fa bene. In realtà, le cose sono un po’ più complicate - e più interessanti.

Per molto tempo, infatti, gli studi osservazionali avevano mostrato una curva a “J”: i bevitori moderati sembravano avere una mortalità più bassa sia degli astemi sia dei forti bevitori. Da qui la narrativa rassicurante del consumo moderato, spesso incarnata dal vino rosso.

Negli ultimi anni, però, quella curva è stata seriamente messa in discussione.

Meta-analisi più rigorose hanno mostrato che il presunto vantaggio dei bevitori moderati dipende in larga parte da distorsioni metodologiche ben note: i sick quitters (ex bevitori che smettono perché stanno male e finiscono nel gruppo degli astemi), la misclassificazione dei consumi, e soprattutto il cosiddetto healthy user bias (distorsione dell’utente sano).

Chi beve “un bicchiere al giorno”, in media, tende anche ad avere reddito più alto, dieta migliore, maggiore attività fisica e migliore accesso alle cure.

Il vantaggio, insomma, non è nel bicchiere, ma nello stile di vita.

Questo tipo di risultati è alla base delle recenti revisioni sistematiche sul rapporto tra consumo di alcol e mortalità, come quelle pubblicate su JAMA Network Open, spesso citate a sostegno del messaggio “no safe level”.

Fin qui, però, siamo ancora nel campo dei dati. Il passaggio davvero delicato avviene dopo.

I dati descrivono curve di rischio, non soglie. Dicono come il rischio aumenta al crescere del consumo, ma non dove tracciare la linea tra “sicuro” e “non sicuro”.

Quando le linee guida affermano che non esiste una quantità sicura, non stanno semplicemente “leggendo” i dati: stanno scegliendo una soglia estremamente prudente, spesso pari a zero.

È una scelta comprensibile dal punto di vista della salute pubblica, soprattutto quando l’obiettivo è ridurre il carico complessivo di malattia nella popolazione.

Ma non è una scelta scientificamente neutra. Incorpora valori: quanta incertezza siamo disposti a tollerare, quanto vogliamo proteggere i soggetti più vulnerabili, quanto semplificare il messaggio pubblico.

Per questo Paesi diversi adottano raccomandazioni diverse pur basandosi su evidenze simili. Non perché “la scienza non è d’accordo”, ma perché non esiste un’unica risposta scientifica alla domanda su quanto rischio sia accettabile.

Intendiamoci: che ci sia rischio nel consumo di alcol è un fatto, quanto sia da sconsigliare a livello pubblico è una decisione (confronta: il rischio di usare la bicicletta in città, di mangiare salame, di sciare).

Il problema nasce quando questo passaggio sulle scelte valoriali rimane implicito.

(...omissis...)

copia integrale del testo si può trovare al seguente link: https://appunti.substack.com/p/bere-il-giusto

(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.cufrad.it)