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News di Alcologia

La storia di Bill W.

La storia di Bill W.

Due sere dopo, Ebby e Bill erano seduti al tavolo di cucina al 182 di Clinton Street. C’era una brocca di gin e succo d’ananas, ma Bill beveva da solo. (Bill non aveva una grande passione per quel cocktail ma pensava che per Lois fosse meno sconvolgente entrare in casa e tro­varli che bevevano gin misto a succo d’ananas, piuttosto che gin liscio!)

Ebby sembrava diverso. Aveva un nuovo modo di fare e Bill lo notò non appena lo accolse alla porta. Bill, segretamente contento di non dover dividere il suo prezioso gin, era sorpreso. La sua curiosità si risvegliò e chiese: “Ebby, cosa diavolo ti è successo? Cosa bolle in pentola?”.

Guardando Bill dritto negli occhi dall’altro lato del tavolo, Ebby rispose: “Ho scoperto la religione”.

Bill disse, tempo dopo, che Ebby avrebbe potuto colpirlo in viso con uno strofinaccio bagnato e ottenere lo stesso effetto. “Scoprire la religione” era l’ultima cosa che potesse interessare Bill (benché aves­se fatto un tentativo di studiare ‘Scienza Cristiana’, pochi anni prima, per rinforzare la sua forza di volontà).

Comunque, era evidente che la religione di Ebby funzionava. Le ultime notizie che Bill aveva avuto di Ebby, lo davano in procinto di essere spedito in un ospizio statale a Brattleboro. E invece eccolo qui, nella cucina di Bill, sobrio e ricco di fiducia, una fiducia che non mani­festava da anni. Bill doveva saperne di più.

Quella che Ebby raccontò a Bill quella notte fu una storia dram­matica, quasi incredibile.

Nei cinque anni che erano trascorsi da quando Bill e Ebby aveva­no fatto un famoso viaggio in aereo al nuovo aeroporto di Manchester, per Ebby (come per Bill) le cose erano andate sempre peggio. “Diverse volte, ad Albany, ero stato richiamato dalle autorità locali per eccesso d’alcol” disse. “Mio fratello era un uomo importante in città e io lo stavo danneggiando. Così, nell’autunno dei 1932, partii per Manchester e alloggiai alla Locanda Battenkill per circa due anni. E, naturalmente, li continuai a bere come al solito”.

Il proprietario della locanda era preoccupato per Ebby e, poco prima di Natale, lo mandò, insieme a suo figlio, ad alloggiare in una delle capanne libere della locale compagnia del legname. Dovevano lavorare sul posto e aiutare a migliorare la pista della Green Mountain.

Cacciavamo conigli con i cani e tracciavamo sentieri; alcuni ragazzi venivano a passare il fine settimana con noi” ricordava Ebby. “Lassù non c’era alcol: tutto quello che avevo, due pinte di gin che mi ero portato, lo bevvi la prima notte”.

Rimase in montagna per sei mesi, restando sempre sobrio.

Tornato a Manchester, era sobrio da altri due o tre mesi, quando riprese a bere. Nel frattempo il suo amico locandiere era morto per un attacco di cuore.

Ebby si trasferì in un campeggio e poi, su richiesta di uno dei fratelli, riaprì la casa di famiglia. La maggior parte dei mobili non c’era più, ma lui riuscì a sistemare la sua camera da letto di quando era ragazzo e ci rimase “bevendo molto, vivendo da solo, in preda al malu­more, rimuginando pensieri tristi. Pensavo continuamente”.

Aveva ben motivo di riflettere su cose tristi. Il denaro di famiglia si era esaurito e la casa vuota era un triste ricordo di quello che era stata una volta. Poi decise, forse nel tentativo di far ritornare le cose com’erano un tempo, di pitturare la casa. “C’era una scala di buone dimensioni, ma io ero così malfermo per il bere che non ce la facevo. Andavo bene sui primi tre o quattro pioli della scala, ma da lì in su non ce la facevo”.

Nel luglio del 1934, mentre Ebby cercava di ultimare il suo lavoro di pittura, vennero a trovano alcuni amici . “Avevano sentito che le cose si erano messe male per me ricordava Ebby. “Mi ero già imbattu­to nella legge un palo di volte e ero stato multato di cinque dollari in ogni occasione. Mi era stato detto che, se fossi stato arrestato per ubriachezza una terza volta, me la sarei passata male: mi sarei fatto sei mesi nella prigione di Windsor”.

Due dei visitatori di Ebby, Shep e Cebra, si erano fatti un tempo grandi bevute con Ebby. Ma questa volta “mi dissero di essere entrati nel Gruppo Oxford, dove avevano sentito alcune cose molto sensate sulla vita di Cristo e sui tempi biblici” disse Ebby. “In realtà si trattava di un movimento più spirituale che religioso. Io ascoltai quello che avevano da dire e ne rimasi davvero impressionato: era quello che mi era stato insegnato da bambino e che io, pur credendoci nell’intimo, avevo messo da parte”.

Fu l’esperienza del terzo visitatore di Ebby, Rowland H., che fece l’impressione più profonda su di lui. Rowland apparteneva a un’impor­tante famiglia del Rhode Island, proprietaria di mulini. In seguito, era diventato direttore capo di un’azienda chimica. “Rimasi molto colpito dalla sua carriera di bevitore, fatta di viaggi in lungo e in largo e di lunghe baldorie. Mi colpì inoltre il fatto che fosse una brava persona. Il primo giorno che venne a trovarmi mi aiutò a far pulizia in casa. C’era un gran disordine e lui mi aiutò a mettere tutto a posto, restan­domi vicino dall’inizio alla fine”.

Un tempo, Rowland, preoccupatissimo per la piega che stava pren­dendo il suo bere, si era recato in Svizzera, dallo psichiatra Carl Jung.

Rowland era stato in cura da Jung per circa un anno ma, al termi­ne di questo periodo, era ricaduto nel bere. Tornato da Jung per un ulteriore trattamento, gli fu detto che sarebbe stato tutto inutile:

secondo Jung l’unica cosa che a questo punto avrebbe potuto aiutare Rowland a liberarsi da quell’abitudine, era un “risveglio spirituale”. Quando Rowland dichiarò di credere già in Dio, Jung gli rispose che il credere non era abbastanza e gli suggerì di entrare a far parte di qual­che movimento religioso, nel quale avrebbe potuto avere l’esperienza religiosa che lui riteneva necessaria. Rowland rimase colpito dalla sem­plicità dei primi insegnamenti cristiani impartiti dal Gruppo Oxford e ne divenne un membro. L’appartenenza al Gruppo gli fece raggiungere la sobrietà che aveva cercato a lungo e tanto faticosamente.

Ebby disse che Rowland aveva ricevuto meticolosi insegnamenti dal Gruppo Oxford: “Me ne trasmise il più possibile. Stando seduti, liberandoci da ogni pensiero materiale e seguendo ogni possibile guida, cercavamo di capire quale fosse la cosa giusta da fare per quel­la giornata. Rowland gli inculcò i quattro princìpi del Gruppo Oxford:

assoluta onestà, assoluta purezza, assoluto altruismo, assoluto amore.

Era particolarmente accanito nel propugnare l’onestà assoluta disse Ebby. “Onestà con sé stessi, onestà con il prossimo, onestà con Dio. Queste cose le metteva in pratica lui stesso e, grazie al suo esem­pio, tornai a credere ai valori ai quali avevo creduto da giovane”. Ebby riuscì a completare il lavoro di pittura della casa con l’aiuto di un imprenditore del luogo (probabilmente pagato da suo fratello). Una volta terminato il lavoro, Ebby non aveva più niente da fare. “Tornai dritto dritto alla bottiglia” disse.

Un giorno, stava piovendo forte e io mi trovai per caso a guarda­re fuori: vidi quattro o cinque piccioni che si erano posati sul tetto e la cosa non mi piacque molto (io avevo appena pitturato!). Così presi il vecchio fucile a due canne e uscii. Era piovuto forte e si sdrucciolava sull’erba. Mi sedetti e da quella posizione, cominciai a sparare senza interruzione ai piccioni. Questo non andò giù ai vicini, che si lamentano con qualcuno. Il giorno dopo vennero a cercarmi ma io ero profondamente addormentato e non riuscirono entrare”.

Arrestato il giorno seguente, Ebby fu portato ai tribunale di Bemilgton e gli fu ordinato di comparire di nuovo in giudizio il lunedì successivo. A questo punto Rowland intervenne, dicendo al giudice che si sarebbe reso garante per Ebby.

Con l’aiuto di Rowland, Ebby chiuse la casa di famiglia a Manchester. Per un po’ fu ospite nella casa di Rowland a Shaftbury, 15 miglia a Sud si Manchester e poi venne a New York, dove abitò un po’ con Shep e poi andò a vivere con uno della “Confraternita” che dirige­va la Missione Episcopale Calvary, sulla Ventitreesima Strada. Fu mentre abitava li e lavorava con il Gruppo Oxford che venne a sapere della situazione disperata di Bill.

Bill ascoltava con attenzione, mentre Ebby gli raccontava del cambiamento che era avvenuto nella sua vita. Ricordava che Ebby aveva enfatizzato il fatto di essere stato lui stesso senza speranza. “Mi raccontò di quanto fosse diventato onesto nei confronti di sé stesso e dei suoi difetti; mi disse che aveva restituito il dovuto e che aveva cer­cato di dare incondizionatamente, senza desiderare nulla in cambio disse Bill.” A quel punto, si arrischiò a toccare l’argomento della pre­ghiera e di Dio, dicendomi francamente che si aspettava che io mi impuntassi contro quelle teorie. Ebby proseguì dicendo che, quando aveva tentato di pregare, anche solo per prova, il risultato era stato immediato: non solo era stato liberato dal desiderio di bere (e la cosa era molto diversa dall’astinenza), ma aveva trovato anche la pace della mente e una felicità che non provava da anni.

Ebby aveva raccontato la sua storia con semplicità, senza pretese di evangelizzazione. Bill continuò a bere, ma la visita di Ebby generò in lui un profondo cambiamento. “Quanto di buono aveva detto, mi rimase tanto impresso che da allora non fui più in grado di cancellare dalla mente quell’uomo e il suo messaggio”, ricordava. Quando Lois tornò a casa dal lavoro, le parlò della visita di Ebby.

I giorni passavano; Bill continuava a bere e a impegnarsi in un dialogo interiore senza fine con sé stesso. Ammetteva con sé stesso la validità di uno spietato inventano morale, per quanto una tale profes­sione di onestà potesse essere difficile. Ma il discorso di Ebby riguar­do a Dio, era in contraddizione con tutto quello in cui Bill credeva. Bill ricordava momenti di grande intensità spirituale (l’esperienza alla Cattedrale di Winchester era uno di questi), ma non riusciva ad accet­tare gli insegnamenti delle religioni organizzate del mondo.

Il solo fatto che non poteva negare e ai quale non poteva sfuggi­re, era che, mentre Ebby era sobrio, lui non io era.

Alcuni giorni più tardi Ebby ritornò, portando con sé Shep C., un membro attivo del Gruppo Oxford che gli trasmise un messaggio molto esplicito. Bill raccontava: “Con aggressività e con tutta la forza di cui era capace, mi presentò le teorie che erano il vanto dei Gruppo Oxford. Questo non mi piacque per niente e, quando se ne andarono, mi attaccai alla bottiglia e la vuotai davvero tutta”. Segretamente, si chiedeva se Shep fosse stato effettivamente un bevitore.

dicembre. Di umore piagnucoloso e autocompassionevole, decise di fare una ricerca personale della Missione di Ebby, sulla Ventitreesima Strada. Scese dalla metropolitana, lontano dalla Missione, e dovette passare un buon numero di bar prima di arrivarci, fermandosi a bere parecchie volte; il crepuscolo lo sorprese mentre beveva con un fin­landese di nome Mec. “Mi disse che era stato tessitore di vele e pesca­tore in Finlandia”, ricordava Bill. “Per qualche motivo la parola ‘pesca­tore’ colse nel segno. Mi ricordai della Missione. Ci avrei trovato pescatori di uomini’. Sembrava una bellissima idea”.

La destinazione di Bill era il n°246 della Ventitreesima Strada Est, vicino all’angolo sud-ovest della Seconda Strada. Si trattava di una mis­sione di soccorso amministrata dai dottor Sam Shoemaker, della Chiesa Calvary, che si trovava fra la Quarta Strada (oggi chiamata Park Avenue South) e la Ventunesima Strada Est, vicino a Gramercy Park. La chiesa gestiva anche un altro ostello, più rispettabile, chiamato Casa Calvary, che si trovava accanto alla chiesa stessa; ma era quello sulla Ventitreesima Strada che aveva lo scopo di aiutare gli emarginati. (Tra il 1926 e il 1936, si dice che più di 200.000 uomini abbiano “visitato” la Missione.) I senzatetto che ricevevano vitto e alloggio si definivano “la confraternita”, termine che utilizzava lo stesso Ebby.

Biily D., un membro della confraternita che era il sostituto dei sovrintendente alla missione, ricordava così la visita di Bill:

Il giorno in cui Bill Wilson andò in visita alla Calvary Mission, Spoons Costello era di servizio in cucina; io ero fuori per tutto il pomeriggio. Venne due o tre volte, quel pomeriggio, chiedendo di Ebby T. Spoons mi parlò di lui quando arrivai verso l’ora di cena (che era, come ogni giorno della settimana, alle cinque del pomeriggio). Spoons mi disse che un tipo alto, molto ubriaco, vestito di un costoso completo e accompagnato da un emarginato, era entrato facendo un gran chiasso, tanto che Spoons non gli aveva permesso di restare. Spoons, a quel tempo, era il nostro cuoco”.

Per quanto riguarda il “costoso completo” di Bill, di fatto lui pos­sedeva un completo dei Brooks Brothers che la madre di Lois aveva scovato a una vendita di beneficenza. Il fatto accadeva nel 1934, in piena Depressione e in una Missione per poveri.

Billy D. continuava così:

Cinesi a Spoons se aveva parlato a quel tizio degli incontri serali e lui mi disse di averlo fatto. Quando l’incontro ebbe inizio Bill era giù nella cappella, accompagnato da J., uno svedese che, a giudicare dal suo abbigliamento, si era dato ai vagabondaggio da qualche tempo.

John Geroidsek, uno dei confratelli che viveva fuori della Missione, era sulla pedana e presiedeva l’incontro. I membri della confraternita dirigevano a turno gli incontri, ciascuno scegliendo la lezione biblica, gli inni e iniziando quindi a testimoniare personalmente. Geroldsek aveva appena finito la lettura della Bibbia e aveva cominciato a espor­re la sua testimonianza, quando Bill si alzò dal gruppo e cominciò ad avviarsi giù per la corsia, verso la pedana”.

Bill ricordava che Tex Francisco, ex ubriacone, era lì quando arri­varono lui e Mec. “Non solo dirigeva la Missione, ma si proponeva di cacciarci via da li” disse Bill. “E il fatto, pensando alle nostre buone intenzioni, mi fece arrabbiare molto”.

Proprio allora arrivò Ebby, sornione come un gatto. Disse: ‘Che ne dite di un piatto di fagioli?’. Dopo i fagioli, Mec e io avevamo entrambi le idee più chiare. Ebby disse che presto ci sarebbe stata una riunione alla Missione. Ci chiese se ci sarebbe piaciuto andarci. Gli rispondemmo che ci saremmo andati: era proprio quello il motivo della nostra presen­za. Poco dopo, sedevamo tutti e tre su una di quelle dure panche di legno che occupavano quel luogo. Rabbrividii un po’ mentre osservavo quell’uditorio di derelitti. Sentii la puzza di sudore e di alcol. Conoscevo bene la sofferenza.

C’erano inni e preghiere; Tex, che conduceva la riunione, ci inci­tava, dicendo che solo Gesù poteva salvarci. Alcuni si alzarono e fece­ro la loro testimonianza. Pur essendo intontito, sentii crescere in me l’interesse e l’eccitazione. Poi venne la chiamata; i penitenti comincia­rono a marciare verso la balaustra. Spinto senza una ragione, comin­ciai ad andare anch’io, trascinando Mec con me. Ebby cercò di affer­rarmi per la giacca, ma era troppo tardi.

Mi inginocchiai tra i penitenti puzzolenti e sudati. Allora, per la prima volta, feci penitenza anch’io”. Qualcosa mi commosse, mi colpì nel profondo. Immagino che fosse qualcosa di più che fare penitenza.

Ne fui davvero colpito. Sentii un grande impulso a parlare e, saltando in piedi, cominciai.

Dopo, non riuscii più a ricordare quello che avevo detto. So solo che ero in buona fede e sembrava che la gente mi prestasse attenzio­ne. Poi Ebby, che si era spaventato a morte, mi disse con sollievo che avevo fatto bene e che avevo donato la mia vita a Dio”.

Bily D. ricordava l’accaduto in modo un po’ diverso:

Quando Bill si avviò lungo la corsia, io ero seduto in fondo alla sala, con gli uomini della confraternita che erano presenti. Facemmo accomodare i nuovi nella parte destra della sala. Con il termine ‘nuovi’ intendo quelli che non erano ancora stati ‘ripuliti’. Bill, accompagnato dal suo amico J., era seduto con il gruppo di destra. Dissi a due della confraternita di andare da lui e di chiedergli di stare seduto. Lui se li scrollò di dosso e si avviò verso la pedana. Geroldsek si stava arrab­biando per l’interruzione. Era un uomo grosso e tarchiato; faceva l’im­bianchino. Andai giù per la corsia e parlai a Bill. Gli chiesi di sedersi e lui mi disse che non l’avrebbe fatto. Era tutto il giorno che cercava di dire qualcosa e ora nessuno lo avrebbe fermato. Capii di non poterlo calmare e allora chiesi a Geroldsek di sedersi e di lasciarlo parlare. Allora dissi a Bill che, di solito, le testimonianze dei presenti erano precedute dalla testimonianza dalla pedana. Aggiunsi che, dato che era così determinato, avremmo aperto subito la riunione e lui avrebbe potuto dire quello che aveva in mente.

Bill ci disse che la sera prima era stato alla Chiesa Calvary e aveva visto Ebby T. andare sul pulpito e raccontare di essere sobrio da parecchi mesi, grazie all’aiuto di Dio. Bill disse di essere sicuro di aver bisogno anche lui dell’aiuto che Ebby aveva avuto dalla Missione. Quando fu dato l’invito, alla fine della riunione, Bill e J. avanzarono e si inginocchiarono. Quando si alzarono, proposi che J. andasse di sopra. Fummo d’accordo sui fatto che Bill (che all’apparenza era benestante, in contrasto con i nostri abituali assistiti) dovesse andare al ‘Towns’, dove Ebby T. e gli altri del Gruppo Oxford avrebbero potu­to parlargli”.

Ma Bill non era ancora pronto e continuò a bere per altri due o tre giorni. Comunque, non essendo andato alla Missione solo per un

impulso da ubriacone, ripensò intensamente a quell’esperienza. Nell’atmosfera ‘carica’ della sala delle riunioni, aveva preso coscienza di sentimenti profondi, che comunque combatteva e respingeva reputandoli in contrasto con la sua razionalità e la sua educazione. Ma la sua razionalità gli diceva anche che la sua malattia lo aveva reso indi­feso al pari di una vittima del cancro. Se avesse avuto il cancro e la guarigione avesse implicato la preghiera con altri sofferenti, a mezzo­giorno, sulla pubblica piazza, non l’avrebbe forse fatto? Cosa c’era di tanto diverso nell’alcolismo? Anche quello era un tipo di cancro. Di certo gli stava distruggendo la mente, il corpo e l’anima, se dell’esi­stenza di un’anima si poteva parlare. Bill ammise silenziosamente che non c era molta differenza. Finalmente cominciò a vedere chiaramen­te il suo alcolismo come una condizione senza aiuto e senza speranza.

Sentì un forte desiderio di tornare all’ospedale, dal dottor Siikworth. Lasciando un appunto per Lois, si recò ai ‘Towns’. Aveva solo sei centesimi e gliene restava solo uno dopo aver pagato il bigliet­to della metropolitana. Lungo la strada riuscì a ottenere quattro botti­glie di birra da un droghiere presso il quale aveva un po’ di credito. Quando raggiunse l’ospedale ne aveva finite tre. Il dottor Silkworth lo incontrò nell’atrio.

Bill era su di giri. Agitando la bottiglia, annunciò di aver “trovato qualcosa”. Siikworth ricordava che Bill, in quell’occasione, portava con sé due libri di filosofia, dai quali sperava di trovare nuova ispira­zione. Era l’il dicembre 1934: era passato un mese dai giorno in cui aveva cominciato a bere di nuovo.

Ricevette il trattamento allora in uso al ‘Towns’: barbiturici per calmano e belladonna per ridurre l’acidità di stomaco.

Quando gli effetti dell’alcol scomparvero (quella non era stata una delle sue sbornie peggiori), cadde in un profondo stato di depressione e ribellione. Desiderava raggiungere la sobrietà che Ebby aveva trovato, ma non poteva credere nei Dio di cui Ebby gli aveva parlato. I senti­menti che aveva provato alla Missione erano svaniti, insieme all’alcol.

Dopo alcuni giorni, Ebby andò a trovano. Parlarono ancora come avevano fatto in cucina, seduti attorno al tavolo. La visita di Ebby sol­levò per un attimo Bill dalla depressione, nella quale ricadde però appena Ebby se ne fu andato. Era pieno di sensi di colpa e di rimorsi per come aveva trattato Lois, che gli era sempre rimasta accanto, ferma e decisa. Pensava ai momenti meravigliosi che avevano condiviso: quella notte sulle scogliere di Newport prima che Lois salpasse per l’Inghilterra, i viaggi in campeggio, gli anni meravigliosi di vagabondaggio in motocicletta, i trionfi e i fallimenti a Wall Street. Pensava alla Cattedrale di Winchester e al momento in cui aveva quasi creduto in Dio.

Ora? lui e Lois stavano aspettando la fine; ora non c’erano che la morte e la pazzia davanti a loro. Quella era la fine, il limite estremo. “La spaventosa oscurità era ormai completa” disse Bill. “Nell’agonia dello spirito, pensai di nuovo al cancro dell’alcolismo che ora mi aveva consumato nella mente, nello spirito e fra breve nel corpo”. L’abisso si spalancava davanti a lui.

Nella sua impotenza e disperazione, Bill gridò: “Farò qualsiasi cosa, qualsiasi cosa!”. Aveva raggiunto un punto di svuotamento e resa totali, assoluti. Senza né fede né speranza, gridò: “Se c’è un Dio, si faccia vedere!”.

Ciò che accadde poi, gli diede una grande emozione:

Improvvisamente, la mia stanza brillò di un’incredibile luce bianca. Fui colto da un’estasi indescrivibile. Ogni felicità del passato impallidi­va ai confronto. Luce e estasi: per un po’ fui cosciente solo di questo.

Poi, con gli occhi della mente, vidi una montagna. Stavo sulla sua cima, dove soffiava un forte vento. Un vento fatto non d’aria ma di spirito. Con grande energia e purezza soffiava attraverso me. Poi ci fu questo pensiero illuminante: ‘Tu sei un uomo libero’. Non so assolu­tamente per quanto rimasi in quello stato, ma alla fine la luce e io stato di estasi si attenuarono. Vidi di nuovo la parete della mia stanza e mentre mi tranquillizzavo, una grande pace mi pervase, accompa­gnata da una sensazione difficile da descrivere. Divenni profondamen­te consapevole di una Presenza, di un autentico mare di spirito viven­te. Giacevo sulle spiagge di un mondo nuovo. ‘Questa’, pensai, ‘deve essere la grande realtà. Il Dio dei predicatori’.

Assaporando il mio nuovo mondo rimasi in quello stato per molto tempo. Mi sembrava di essere dominato dall’assoluto e si fece in me più profonda la curiosa convinzione che, per quanto male le cose sembrasse-

ro andare, non poteva esserci alcun dubbio sulla fondamentale giustizia dell’universo di Dio. Per la prima volta sentii di farne veramente parte. Seppi di essere amato e di potere amare a mia volta. Ringraziai il mio Dio, che mi aveva dato un’apparizione fugace del suo Essere Assoluto. Benché fossi un pellegrino su una strada accidentata, non dovevo più preoccuparmi, perché avevo intravisto la grandezza dell’aldilà”.

Bill Wilson aveva appena compiuto 39 anni e aveva ancora metà della vita davanti a sé. Disse sempre che, dopo quell’esperienza, non dubitò mai più dell’esistenza di Dio. Non bevve mai più.

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