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Nona tradizione...direttamente responsabili

Nona tradizione...direttamente responsabili

Nona Tradizione... “direttamente responsabili”

 

 

Ricordate i passeggeri del piroscafo, colmi della gioia di essere salvi dopo un naufragio cui ci paragona Bill all’inizio del Grande Libro? Qualcosa, dice, lega noi di A.A. l’uno all’altro più di loro che pure hanno in comune la consapevolezza di essere scampati a un pericolo mortale; e io credo di capire cosa: noi dobbiamo per forza riprendere il viaggio per mare, continuare a navigare, e dobbiamo quindi continuare a mantenere intatte e vive quelle qualità, quei sistemi, che ci hanno permesso di sopravvivere prima, di vivere in modo sereno e talora felice dopo e infine di potere anche trasmettere ad altri sicuri candidati alla morte la possi­bilità di farlo. “Abbiamo acquistato un modo di cavarcela su cui tutti siamo d’accordo e grazie al quale siamo in grado di vivere insieme fraternamente e in armonia”. Non mi stupisce che un tale pensiero contempli anche quanto suggerisce la prima parte della Nona Tradizione, a prima vista così incredibile e originale: tante cose lo sono in A.A., e lasciano increduli chi non ci conosce; e che la nostra Associazione non dovrebbe essere affatto organizzata e, ciò nonostante, possa funzionare assai bene (anzi funzioni così bene proprio per que­sto), è una di queste. Il contrario certamente accadrebbe a qualsiasi altro tipo convenzionale di associazione, meno esigente della nostra, date le particolarissime caratteristiche dei suoi membri.

Del resto, in modo più che esplicito, il concetto che nessun tipo di atto di governo, d’autorità, di carattere impositivo o sanzionatorio dovrebbe mai essere ammesso in A.A. è già presente in modo ampio e chiaro nella Seconda e nella Terza Tradizione ed è via via rintracciabile qua e là in tutta la nostra letteratura.

I membri di A.A., sia come individui, sia riuniti in Gruppi o agglome­rati ancora più ampi, non ricevono da nessuno alcun tipo di ordini. Non possiamo essere obbligati a fare nulla che non desideriamo, eppure A.A. funziona. Siamo forse noi particolarmente umili, ligi al dovere, sensibili a elevati ordini morali, altruisti e onesti? Forse sì, ma, ci avverte ripetuta­mente Bili, se così è, non è certo merito nostro: trascurare questi princì­pi, dimenticare di metterli in pratica, può significare la morte di ognuno di noi a livello individuale o, e il risultato sarebbe il medesimo su più vasta scala, a livello di Gruppo o dell’intera Associazione. Proprio questi princìpi sono quelli che ci rendono possibile realizzare concretamente, all’intero della nostra Associazione, il concetto, ogni tanto usato e abusa­to, anche in politica, di servizio, contrapposto a quello di autorità, di burocrazia, di potere. Il messaggio deve essere trasmesso. Questo richie­de che le strutture, i meccanismi e gli individui che fanno parte di A.A. facciano sì che esso raggiunga il maggior numero di amici che ne hanno disperato bisogno; che il Gruppo, i Comitati, i Servizi Generali funzioni-no, cerchino di essere esenti da quei difetti che potrebbero essere pro­pri di un’organizzazione priva di “capi” e di un potere formale: l’ineffi­cienza, il caos, l’irresponsabilità, la mancanza d’onestà, la svogliatezza, il perseguimento di interessi personali.

Come fare? Come evitare il rischio che tanti paghino con la vita per quei difetti? La risposta è nella seconda parte della Tradizione: “...diret­tamente responsabili verso coloro che essi servono”. Frase che potrebbe apparire, a chi non viva il mondo di A.A., superflua, quasi scontata.

Infatti potrebbe apparire ovvio che chi si assume un incarico debba poi rispondere dei risultati delle sue azioni. Ma la nostra è un tipo di responsabilità del tutto diversa, come può esserlo quella di chi non ha da temere sanzioni da parte di chi ha fiducia in lui o da parte dei superiori se sbaglia, né compensi materiali o di prestigio se ben merita (il fondamento principale della rotazione è un ulteriore strumento in questo senso).

Un tipo di responsabilità completamente nuovo, che va al di là del semplice rispettare gli impegni presi o di un semplice rapportarsi in ter­mini di diritti e di doveri, ma che coinvolge qualcosa di ben più profon­do: la nostra vita spirituale.

È ben vero che rapida e terribile è la punizione per chi non si con­forma a uno stile di vita, anche e soprattutto nei servizio, improntato all’umiltà all’onestà e alla dedizione agli altri; ma è parimenti certo che grandi sono le soddisfazioni interiori portate da una reale crescita spiri­tuale che, lo sappiamo, segue a un costante darsi con tutto l’impegno e l’amore possibile al servizio. Dice Bili, in questa Tradizione, che “la gran­de sofferenza e il grande amore sono le cose che disciplinano A.A.; non abbiamo bisogno di altre cose”; e che quindi “noi obbediamo ai princìpi spirituali, prima di tutto perché dobbiamo, in secondo luogo perché amiamo il tipo di vita cui questa esperienza ci porta”.

Bene, sono convinto che questa successione abbia solo un valore cro­nologico, che non segua un ordine d’importanza. Infatti, una volta riusciti ad allontanare il primo bicchiere (inconcepibile prodigio!) e tornati a esse­re vivi, ovvia premessa di ogni nostro futuro atteggiamento, sorge in noi l’esigenza, la sete di essere migliori. Bili lo ricorda nel Primo Concetto:

“Una forza ancora più grande (della paura della morte, dice prima) per l’unità di A.A. è il sincero amore che portiamo verso i nostri com­pagni e verso i principi sui quali sono oggi costruite le nostre vite”.

Ecco l’origine e la particolarità della nostra responsabilità, ciò di cui dobbiamo veramente rispondere, in altre parole, ciò che siamo tenuti a custodire gelosamente in quanto affidatoci: prima la nostra sobrietà, gratuitamente donataci dall’amore e dalla responsabilità di altri prima di noi, poi il dono unico di poterla trasmettere a coloro che ancora stanno soffrendo, infine quello che ci dà la possibilità di realizzare ambedue le cose e cioè il mantenere unita la nostra Associazione.

E di questo i servitori di A.A., in tutte le occasioni in cui hanno modo di prestare servizio, sono direttamente responsabili: verso coloro che essi servono e di cui godono la fiducia, ma anche nei confronti di coloro che li hanno preceduti e di quelli che verranno.

In alto, a sinistra, appena entrati nel mio Gruppo, su una parete, spicca un cartello con sopra copiato il paragrafo con i quattro motivi che Bob, nella sua storia nel Grande Libro, adduce al suo continuare a dedi­care tanto del suo tempo ad A.A. Solo al quarto posto si legge del suo volersi garantire da una ricaduta; al primo, troviamo citato “un senso del dovere”, e credo che li potremmo facilmente leggere: un senso di responsabilità.

La Nona Tradizione chiude avvertendoci che, pur occupandosi appassionatamente di argomenti puramente pratici, in effetti essa rivela una profonda spiritualità, una società senza organizzazione, animata solo dallo spirito di servizio, una vera comunità.

Nel 1896, esattamente cento anni or sono, il principe anarchico russo, che Bili cita in “A.A. diventa adulta” scriveva in un suo libretto che “tutto ciò che nel passato fu un elemento di progresso oppure uno stru­mento di perfezionamento morale e intellettuale della razza umana e dovuto alla pratica dell’aiuto reciproco, ai costumi che riconoscevano l’e­guaglianza degli uomini e li portava ad allearsi”, e sosteneva che questo potesse realizzarsi unicamente in una società “cui ripugnano le forme cri­stallizzate e prestabilite della legge, ma cerca l’armonia e l’equilibrio”.

Purché continuiamo a essere responsabili, in A.A. tutto questo è concreto quotidiano, attuato da coloro che per tanto tempo, come me, hanno fatto della più assoluta assenza di equilibrio in tutti i settori della propria vita una costante: un miracolo nel miracolo.

Questa la mia responsabilità, la nostra responsabilità: che insieme si possa riuscire a condurre in porto il piroscafo, di cui parlavamo prima, ancora una volta, e poi ancora e ancora. Le nostre Tradizioni sono lì, consegnateci da chi ci ha preceduto, pronte a essere utilizzate.

La posta in gioco è alta.