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News di Alcologia

Prima tradizione

Prima tradizione

Prima tradizione

 

Perché la Prima Tradizione è prima? Non seconda, non settima, ma prima? Secondo me perché il: “Prima le cose più importanti”, è valido sempre, in ogni campo. Come per i Passi. Se non si fa il Primo, gli altri non hanno motivo di essere e risultano privi di significato. Così le Tradizioni.

Capire, accettare amare la Prima Tradizione dà senso a tutto il resto. Come l’accettazione al 100% del Primo Passo rende gioioso, o quanto meno più facile il non bere, così, l’accettazione completa della Prima Tradizione consente un più semplice “apprendimento della filoso­fia di A.A.”. Uso la parola “semplice” perché effettivamente l’accettazio­ne rende tutto meno complicato, quasi una formuletta matematica. “Io alcolista senza Gruppo, muoio. È mio interesse primario e vitale aver cura del Gruppo”. È dunque semplicissimo, vero? E allora, perché darsi pena di metterla al primo posto? Perché tanto dire e ribadire sull’unità del Gruppo? Perché, se fosse davvero tutto così facile, perché sottoli­neare tanto e sempre che “Il benessere comune viene al primo posto”? Qual è l’anello debole della catena? Dove la formuletta matematica può funzionare male, incepparsi? Oppure che la “formula” è giusta ma sono i “numeri” a essere sbagliati?

Ed ecco che, secondo me, ci siamo. È difficile per me, abituata da sempre a considerarmi nel bene e nel male il “centro”, mettermi in fila

con gli altri: una fra tanti, niente di più, niente di meno, soltanto una fra gli altri, utile, forse, indispensabile no di certo, e imparare a lasciare spa­zio agli altri, accettare le diversità altrui, imparare a considerare il “Noi” prima dell”’Io”, adattarmi, tollerare anche quell’antipatico lì perché siamo nella stessa barca, perché quello è una parte di Gruppo da cui la mia vita dipende.

E imparare a difendere il “comune benessere”, anche da me stessa, dalle mie “interferenze”, dai miei istinti, dai miei desideri, se ciò è dan­noso per l’insieme, perché, in ultima analisi, stringi stringi, ciò che è dannoso per l’insieme lo è anche per me.

Se oggi mi dico, G. alcolista, non dimentico il contenitore dell’alcol che ero non dimentico di avere sentito massiccio il peso della sconfitta, totale, senza speranza, senza più velleità di nessun tipo, non dimentico d’essermi sentita un nulla assoluto, non avendo, non dico dignità, ma neppure più disgusto di me. Niente non avevo, non ero niente: un conte­nitore, un vuoto a perdere. No, non scordo d’essermi detta: “Qualunque cosa”, non ce la faccio più, sono disposta a fare qualsiasi cosa, fate di me quanto vi pare, io non ce la faccio più. Non dimentico da dove m’è arri­vata la forza che non avevo: da un Gruppo A.A. Il mio benessere dipende dal benessere comune; per potere seguitare a vivere devo contribuire, ne va della mia vita. Se il mio cuore mi dicesse: basta, non lavoro più con i polmoni, sono antipatici, e se i polmoni miei dicessero pure loro basta, siamo stanchi d’essere sempre in servizio ogni momento, senza pausa, il gruppo chiamato G. cesserebbe di esistere.

Così, allo stesso modo il Gruppo A.A. Un alcolista, io, dovrei capire che la mia vita è appesa a quel filo che si chiama Gruppo; dovrei badare che il filo sia robusto e rimanga in buono stato; dovrei badare a non rovi­narlo; dovrei anche stare attenta a che gli altri non lo facciano. Sappiamo bene o, meglio si dovrebbe sapere bene quali siano gli atteggiamenti mentali dell’alcolista, perciò ogni singolo A.A. può essere un potenziale nemico di A.A., visto che anche senza bere si mantengono a lungo, a volte purtroppo “troppo a lungo”, vecchi pensieri, vecchie abitudini malsane. A volte mi chiedo quant’è costata tutta questa esperienza che noi chiamia­mo “Tradizioni”. Quanti sbagli? Quanto pianto? Quanto dolore? Quante

ricadute? Quante morti? Quanto costano le Tradizioni visto che la vita non ha prezzo e noi, a sbagliare troppo, si paga con la vita?

Sì, le Tradizioni hanno un prezzo alto. Ma, se è vero che ancora ricordo il “farei qualunque cosa”, pagherò con gioia, pagherò limitando il mio Io, pagherò tentando di essere paziente, pagherò dimostrando e non solo parlando, la mia gratitudine, pagherò adattandomi al “Comune Benessere”, di buon grado anche se non d’accordo, pagherò non bronto­lando, non malignando, non facendo pesare in Gruppo i miei guai né le mie gioie né le mie vittorie né le mie sconfitte.

È difficile, per esempio, essere in Gruppo attivi senza diventare “asfissianti” è difficile essere responsabili senza diventare protagonisti, è difficile dire: ho torto, senza sentirsi sconfitti, senza tenere rancore senza cercare subdoli alibi; è difficile dire: hai torto, senza sentirsi supe­riori, padroni cattedratici. Sono molte le cose difficili, ma non scordo “farei qualsiasi cosa”, non scordo “le cose che insegna A.A. sono dure” e poi gratta gratta che c’è di tanto difficile? IO. Tutto qui. Un “IO” moltipli­cato per quanti siamo.

Noi-Io. È proprio vero, nessuno potrebbe distruggere A.A. al di fuori, ma Noi-Io sì, tutti i nostri difetti personali possono minare la base di A.A. Il Gruppo. Mi rendo conto, a questo punto, d’aver solo io per conto mio, e ciascuno di noi per proprio conto, la responsabilità ultima della mia sobrietà, della mia vita? Mi rendo conto di quanto sia dannoso per me un “malsano egoismo”? Riesco a comprendere che la prepotenza, il menefreghismo, l’indifferenza, l’ignoranza, l’inattività, la passività sono sintomi di malessere perché significano che non ho grande interesse per il mio recupero?

Riesco a capire che la possibilità di rivivere mi è stata donata da quel “benessere comune” e che minare in qualsiasi modo il “benessere comune” significa rifiutare la vita un’altra volta?

Se è vero che per me nessuna ragione è valida per bere, allora vi sono tutte le ragioni per alimentare, accudire, accrescere il Benessere Comune.