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Riflessioni sulla Dodicesima Tradizione

Riflessioni sulla Dodicesima Tradizione

Riflessioni sulla Dodicesima Tradizione

L’enunciato della Dodicesima Tradizione: “L’anonimato è la base spirituale di tutte le nostre tradizioni, che sempre ci ricorda di porre i princìpi al di sopra delle personalità” ci ammonisce che l’anonimato non è soltanto un mezzo per viaggiare in incognito.

Potremmo ricordare quelli che sono gli aspetti più immediati e apparentemente più semplici dell’anonimato: così scontati e così sempli­ci che si finisce spesso per dimenticare i motivi che li hanno ispirati.

Innanzitutto c’è l’anonimato a livello personale. Tutti noi ricordiamo quanto fu difficile, la prima sera, stringere quelle mani che ci venivano tese. Può darsi che molti di noi abbiano superato certe sensazioni di disagio e imbarazzo, che abbiamo volontariamente rinunciato al proprio anonimato con persone del proprio Gruppo o di altri Gruppi; persone che frequentiamo anche al di fuori delle riunioni, che conosciamo per nome, cognome e professione, con cui ci incontriamo per il week-end o con cui andiamo in ferie assieme. Tutto questo è molto bello e c’è da augurarsi che tali rapporti di amicizia e di fratellanza siano sempre più diffusi e più solidi.

Però, non dovremmo dimenticare ciò che provammo la prima sera che frequentammo il Gruppo.

Il concetto di anonimato come elemento di protezione di chi sta per accostarsi a noi non dovrebbe mai essere sottovalutato: il nuovo venuto ha il diritto di essere timoroso, incerto, persino scettico.

In questo primo importantissimo momento di impatto col Gruppo, egli dovrebbe poter contare su di una discrezione assoluta: ogni ombra lo spaventa o lo turba; ogni domanda troppo disinvolta potrebbe causare un moto di repulsione o di difesa.

In questa fase dovremmo evitare di chiedere notizie troppo partico­lareggiate riguardo alla professione, alla residenza, alle vicissitudini che lo hanno portato da noi: il nuovo venuto ancora non ci conosce, non sa se può fidarsi di noi e questo eccesso di disinvoltura potrebbe essere scambiato per curiosità fine a sé stessa.

Anziché attrarre, potremmo respingere e perdere per sempre chi ha tanto bisogno. Un bisogno vitale.

Quando abbiamo acquisito una certa anzianità e una certa espe­rienza di Gruppo, non dovremmo più cadere nell’errore di infrangere l’a­nonimato. Eppure capita che, involontariamente o per superficialità, violazioni di questo tipo abbiano ancora luogo.

Alcuni esempi, apparentemente banali, eppure frequenti: un A.A. parla con il proprio Al-Anon (o viceversa) di argomenti trattati durante la riunione. Si tratta generalmente di problemi di interesse comune, quindi si tende, erroneamente, a riferirli senza le dovute cautele.

Possono nascere, allora, malumori e innescare il pericoloso mecca­nismo del “sentito dire”. Non ci si sente più sicuri all’interno del nostro Gruppo; si teme che le nostre parole, distorte e male interpretate, pos­sano “passare il muro” e giungere in modo sbagliato e inopportuno al nostro A.A. o al nostro Al-Anon.

Questo è un modo di ledere l’anonimato che potrebbe avere conse­guenze gravissime e potrebbe fare naufragare quel cammino parallelo, fianco a fianco ma in piena autonomia e discrezione, che è negli intenti dei Gruppi A.A. e Al-Anon.

Altre volte, può accadere di riferire opinioni di persone assenti o notizie che abbiamo appresso per telefono, pensando di avere l’autoriz­zazione a riportare ad altri ciò che, forse, ci era stato detto in confiden­za, in un attimo di sfogo. Questo comportamento non è corretto nei confronti di chi si era rivolto fiduciosamente a noi e può minare in modo forse irreparabile l’unità di Gruppo.

Un’altra forma di anonimato è quella a livello di mass-media e di pubbliche relazioni. Spesso constatiamo o sperimentiamo quanto siano nocivi gli atteggiamenti imprudenti o, peggio, ispirati al protagonismo; il voler essere “io” a fare tutto con tutti e dovunque: a mezzo stampa, alla radio, in televisione, negli ospedali e nelle case di cura, con gli ammini­stratori pubblici.

“Ma non ho detto il mio nome né ho mostrato il mio volto”, si potrebbe obiettare. E che cosa importa?

Quando noi confondiamo una equilibrata attività personale con l’e­gocentrismo sfrenato, finiamo per imporre la nostra presenza, le nostre idee, la nostra personalità, i nostri convincimenti morali.

“Io sono il più colto; io ho un diploma; io ho una laurea; io sono il più esperto nelle cose del Gruppo; io ho già risolto tante situazioni intri­cate; io ho fondato uno, due, tre Gruppi; io devo occuparmi dei problemi concettuali, lasciando agli altri le incombenze più vili”.

Siamo sicuri che “io” abbia mantenuto l’anonimato?

Rileggendo attentamente la Seconda Tradizione: “Per il fine del nostro Gruppo non esiste che una sola autorità ultima: un Dio di amore, comunque Egli possa manifestarsi nella coscienza del nostro Gruppo. I nostri capi non sono altro che dei servitori di fiducia; essi non governa­no”, sembra chiaro che “io” con tutto questo protagonismo, con tutto questo fare e strafare e disfare, con questo volere giudicare e governare, si è dato un nome e cognome: è Dio in persona!

È già capitato che questo protagonismo creasse malumori, incom­prensioni, gelosie. Questa mancanza di anonimato a livello spirituale, questa carenza di umiltà sono sempre stati uno dei più gravi ostacoli alla nostra crescita individuale e di Gruppo.

Quanto fastidio ci danno le persone che, come tanti Soloni, si ergo­no a protagonisti all’interno del Gruppo, giudicando, suggerendo, censu­rando! Sentiamo che costoro coltivano attivamente il loro egocentrismo e ci fanno stare male. Ma attenzione!

Siamo proprio sicuri che ci diano fastidio perché non sono umili e anonimi? Non ci ha mai sfiorato il sospetto che, forse, sotto sotto vor­remmo essere noi al loro posto, privandoli dello “scettro del comando”?

Facciamo un esame onesto e sincero, e se questo è il nostro caso consideriamo che queste persone poco umili e anonime sono certamen­te in torto, sono malate, ma noi non siamo da meno.

Non dovremmo mai giudicare gli altri, possiamo solo giudicare one­stamente noi stessi.

Chi più chi meno, abbiamo limiti, imperfezioni, turbe caratteriali ed emotive e ci rendiamo conto che è molto difficile applicare la Dodicesima Tradizione che è esercizio di umiltà.

Per questo dovremmo cercare di mettere i princìpi al di sopra delle personalità, senza pretendere dagli altri ciò che noi non siamo stati ancora in grado di mettere in pratica.

La tolleranza, l’apertura mentale, la capacità di agire e di compiere qualche piccolo sacrificio pongono al riparo dal desiderio, o peggio, dall’ansia di comparire e di volersi sentire dire “bravo”.

Ecco perché l’Anonimato è “Una base spirituale”, la base spirituale di tutte le Tradizioni.

Alcolista Anonimo - Lombardia (1988)