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News di Alcologia

Hudolin: la vita, il pensiero, l'eredità

Hudolin: la vita, il pensiero, l'eredità

La vita di Hudolin

Vladimir Hudolin nasce a Ogulin (Croazia) il 2 maggio del 1922 da padre sarto e madre casalinga.

Ebbe un fratello di un anno maggiore di lui che morì all’età di soli otto anni, probabilmente per una polmonite, e una sorella più piccola, Lyubica (che significa violetta) scomparsa recentemente.

Il padre di Vladimir morì giovane, non aveva compiuto ancora i quarant’anni, per “alcolismo”.

Questo evento sicuramente è stato importante nella scelta di Vladimir, allora adolescente, di occuparsi dei problemi alcolcorrelati, anche perché in quel periodo storico “l’alcolismo” non era considerato un problema degno di essere curato. Se un “alcolista” veniva ricoverato in ospedale (psichiatrico) alla dimissione (se e quando avveniva) non poteva contare su alcun programma di intervento specifico per il dopo cura. Così si moriva giovani a causa dell’alcol.

Sin da ragazzo Vladimir si distinse per la sua dedizione allo studio, fu uno dei migliori allievi della “Grammar School” di Susak e membro dell’Associazione Giovanile Cattolica “Domagoj”.

Compiuti gli studi liceali nel 1940, seguendo la sua vocazione scientifica e umanitaria, si trasferì a Zagabria dove si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia della locale Università.

Nonostante tutte le difficoltà legate alla drammaticità di quel periodo storico egli continuò i suoi studi laureandosi nel 1948.

Visnja Hudolin

Nata in Serbia nel 1923 il 25 aprile. Il padre ufficiale dell’impero austro-ungarico di origine turca, la madre era croata insegnante di lingua.

Dopo la laurea lavorò per due anni sulle navi della flotta Jugoslava come unico medico donna a bordo, aiutata da un’infermiera.

Fu anche nell’elenco delle donne più importanti in campo scientifico.

Vladimir e Visnja

Nel 1952 il 30 aprile Vladimir sposa la sua assistente Dott.ssa Visnja Hudolin. Dalla loro unione nasce un bambino che morirà subito e per loro sarà negata per sempre la possibilità di diventare genitori.

Visnja lo accompagnerà lungo tutto il suo percorso professionale sostenendo e promuovendo la nascita e lo sviluppo di quello che oggi definiamo “Approccio Ecologico Sociale ai Problemi alcolcorrelati e complessi”. (A.E.S.)

Il periodo della guerra (il campo di concentramento di Dachau)

La Germania nazista segnò una delle più tristi pagine della storia dell’umanità. La psichiatria tedesca assunse i malati mentali, tra cui gli alcolisti, nella categoria dei non appartenenti al progetto ariano, condannandoli dapprima alla sterilizzazione di massa e successivamente allo sterminio indiscriminato. Con l’emanazione della legge del Führer del primo gennaio 1934 per la tutela della stirpe dalle malattie ereditarie, vennero sterilizzati in due anni oltre 5000 alcolisti, premessa del più vasto e programmato olocausto psichiatrico, ovvero della pulizia etnica applicata ai folli (sino all’ottobre del 1941 furono uccisi circa 60.000 malati mentali tra cui gli alcolisti).

A quell’epoca non era facile lavorare in psichiatria. Era l’epoca degli elettroshock e del coma insulinico che, secondo le convinzioni dell’epoca, dovevano curare i disturbi psichiatrici e l’alcolismo. Hudolin volle rendersi conto di persona sull’efficacia del trattamento. A Roma l’elettroshock introdotto da Bini psichiatra, provocava la perdita di coscienza ed un attacco epilettico. In Scozia si praticava negli alcolisti il coma insulinico attraverso la somministrazione di alte dosi di insulina.

Lui osservava e non poteva accettare questi tipi di trattamento.

I malati prima della rivoluzione francese venivano incatenati e legati e fu Philippe Pinel, psichiatra, nel 1793 a liberare per la prima volta nella storia i malati di mente e a introdurre l’idea che si trattava di malattia da curare. Era la fine del 700 e questa fu la prima rivoluzione in psichiatria.

La comunità terapeutica

All’interno di un’istituzione chiusa, come erano fino a quel tempo tutti i luoghi di ricovero per malati mentali (e per gli alcolisti che erano anch’essi considerati malati di mente), lo psichiatra inglese Maxwell Jones nel 1947 a Londra inizia a lavorare con un’organizzazione diversa: la comunità terapeutica. Ossia un gruppo di persone che si uniscono con uno scopo comune e che possiedono una forte motivazione a provocare un cambiamento.Non si trattava di guarire un organo ma di reinserire le persone nella normalità della vita. Ognuno doveva ricominciare a sentirsi protagonista della propria salute e della propria vita. Un’idea molto diversa da quella che faceva della persona un individuo pericoloso, da segregare soprattutto se si trattava di alcolismo un vizioso da punire.

Hudolin avvierà la comunità terapeutica nel reparto di alcologia presso l’ospedale Stojanovic di Zagabria il 1° di aprile del 1959.

Quel pesce d’aprile ha cambiato in senso positivo la vita di tante persone. L’effetto positivo delle relazioni tra di loro il sostegno reciproco che favoriva l’efficacia delle cure.

La svolta

La comunità terapeutica in ospedale era certamente un cambiamento di enorme portata, ma proprio chi lo aveva avviato era consapevole che per dare i migliori risultati, avrebbe dovuto svilupparsi all’esterno nella comunità di vita delle persone, quella comunità reale in cui si nasce, cresce e sviluppa problemi. 

Lì dove nascono i problemi devono essere risolti, altrimenti la soluzione sarà fasulla o incompleta.

Il Club degli Alcolisti in Trattamento 

Ora Club Alcologici Territoriali   dopo il congresso di Paestum (SA) del 2010

Franco Basaglia era uno psichiatra cui non piaceva la psichiatria dell’epoca, forse lui aveva un sogno come Hudolin. S’incontrarono nello stesso periodo a Londra alla ricerca di come la psichiatria poteva essere cambiata e di come si poteva ridare la dignità di esseri umani sofferenti, a quelle persone che avevano conosciuto nei manicomi dei rispettivi paesi.

Dopo la proficua esperienza nel Regno Unito, Hudolin rientrò a Zagabria e in virtù del suo ricco bagaglio esperienziale dove, pur con forti resistenze, introdusse la possibilità di trasformare la rigida istituzione ospedaliera in una organizzazione flessibile, in cui gli “alcolisti” dovevano essere separati dai reparti psichiatrici e resi partecipi e responsabili dell’organizzazione delle stesse strutture ospedaliere.

Così lui pensò fosse utile cambiare l'organizzazione del reparto secondo i principi della comunità terapeutica e di realizzare il Club, perché non c'era nulla per le persone dopo la dimissione dall'ospedale

In questo periodo non si è del tutto consapevoli del significato di questo enorme passo avanti, ci si dimentica di com’era la situazione prima.

Il Nome "Club"

L’inizio della vita del Club è stato difficile. La medicina non accettava un modo di lavorare così diverso. Alcuni facevano discussioni anche inutili sul nome dicendo che non si doveva usare il termine club perché non eravamo in Inghilterra. Ma in realtà non accettavano che ci fosse qualcosa al di fuori delle strutture delle istituzioni ufficiali com’erano gli ospedali e gli ambulatori ecc.

Il club era un’iniziativa privata non apparteneva alle strutture ufficiali. 

L'Approccio Sistemico

La psichiatria sociale voleva entrare nella società portare nella psichiatria la famiglia come parte della società e poi estenderla alla comunità. contrariamente alla psicoanalisi che è un approccio individuale e non accetta la famiglia.

Il metodo era quello di chiudere gli ospedali psichiatrici e organizzare il trattamento nei luoghi dove la gente vive e lavora organizzandoli in piccoli gruppi e poi cosa importantissima si utilizzava l’approccio sistemico in piccoli gruppi con la famiglia. Ovvero l’approccio famigliare. Ogni persona è parte di diversi sistemi, quello più semplice è la famiglia intesa come nucleo di persone legate da relazioni affettive significative.

Anche quando si verificano problemi e conflitti che scatenano rabbia e aggressività, queste (le relazioni) restano significative.

1979: il primo Club in Italia a Trieste

Dopo aver frequentato per circa due mesi la clinica di Zagabria, Giovanni Pitacco tornato a casa, doveva fare 60 km da casa sua, per frequentare il Club più vicino all’Italia ( a Parenzo, Croazia). Dopo qualche tempo Luciana Pitacco trovò altre famiglie e così il primo Club nasce nella loro casa a Trieste, in via Degli Olmi.

Dalla "malattia" allo "stile di vita

Hudolin voleva allontanare l’alcolismo dalla medicina, perché secondo lui l’alcolismo è un legame specifico tra la persona e la bevanda alcolica; quello che riguarda la medicina sono invece le complicanze del bere. Non si può chiamare la cirrosi epatica “alcolismo”, perché è una conseguenza dell’alcolismo come altre, e può avere cause diverse dall’alcol. Diceva anche che l’alcolismo, è uno stile di vita, che riguarda però tutta la famiglia e non un singolo componente. La situazione che si vive riguarda tutti e tutti devono essere coinvolti nel trattamento.

Il sogno di Hudolin: la comunità multifamiliare

Il Club non è una comunità terapeutica ma una parte della comunità locale. In questa comunità la famiglia crea una nuova cultura della convivenza e gradualmente entra nella comunità multi famigliare territoriale.

Ecco il sogno di Hudolin: la vita di ogni giorno e le normali relazioni umane che guariscono anzi che prevengono i problemi perché offrono a ciascuno i normali punti di riferimento e di sostegno, di cui si può avere bisogno senza bisogno di medici medicine ed ospedali. Il club deve essere libero ed autonomo, non dipendente dalle strutture.

La spiritualità antropologica

Hudolin parla sempre più spesso di pace di convivenza armoniosa di ciò che è indispensabile per il completo benessere di ogni esser umano, parla dello spirito dell’uomo e il suo pensiero si estende in senso antropologico-spirituale.

Non serve abbandonare l’alcol se contemporaneamente non inizia un cambiamento del comportamento della persona, della famiglia e della comunità. Questo cambiamento richiede l’arricchimento della solidarietà, dell’amicizia, dell’amore: la ricerca della possibilità di una convivenza, la lotta per i diritti umani fondamentali e per una giustizia sociale ed infine per la cosa più importante: la PACE”.  (V. Hudolin: Assisi, 1993)

e.... ancora Hudolin scrive:

"È necessario cambiare l’attuale cultura sanitaria e generale che accetta come scientifico solamente ciò che può essere misurato, pesato, controllato ed osservato a livello microscopico o diagnostico.

Mi riferisco all’emozionalità, all’etica, all’amore, all’amicizia ad una serie di regole del comportamento innate ed ereditarie, alla religiosità, alla fede, alla politica alla spiritualità e a molti altri aspetti profondamente umani”. 

Il contributo di Visnja Hudolin

Ha ribadito l'essenzialità che il mondo dei Club rifletta e trovi le risposte ai seguenti problemi, presentati al Congresso di Assisi del maggio 1998:

  • perché certe famiglie cercano di evitare l'approccio familiare nei Club?
  • perché i servitori insegnanti non insistono sulla presenza della famiglia nei Club?
  • quale significato, per la famiglia ha la sobrietà di tutta la famiglia nel Club?
  • che cosa si deve fare nei Club per motivare tutte le famiglie per assumere ruoli più attivi       nel lavoro di Club?
  • quali sono le cause degli abbandoni nei Club e quali sono i legami di questo fenomeno con la partecipazione o la mancanza di tutta la famiglia nelle attività dei club?

http://www.arcatpiemonte.it/la-vita-di-hudolin

(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)